La Nuova Ferrara

La storia della prigionia ferrarese del Tasso

di GRAZIANO GRUPPIONI

Nel 1579 ingiuriò contro la corte e Alfonso II d’Este lo fece rinchiudere: dagli inizi duri in cella agli anni di maggiore libertà

5 MINUTI DI LETTURA





di GRAZIANO GRUPPIONI

D. opo un lungo e stressante viaggio, stanco e malconcio, Torquato Tasso giunse alle porte di Torino ove sarebbe stato respinto se per caso non avesse incontrato Angelo Ingegneri, letterato veneziano, il quale conoscendolo spese per lui una buona parola. Qui fu ricevuto da Filippo d’Este, genero del duca Emanuele Filiberto e cugino del duca di Ferrara; fu dal medesimo presentato al principe di Piemonte, Carlo Emanuele, che trattò il Tasso con molto affetto. Al poeta fu offerto di fermarsi con tutti gli onori, ma egli rinunciò all’offerta adoperandosi con ogni mezzo per recuperare le grazie di Filippo e raggiungere Ferrara, attratto dai preparativi per le terze nozze di Alfonso II con Margherita Gonzaga.

L’arrivo da Torino

Senza neppure aspettare il marchese d’Este, che gli aveva promesso di condurlo con sé nella prossima quaresima, il Tasso lasciava Torino e giungeva a Ferrara il 21 o 22 febbraio 1579, due giorni prima che la novella sposa facesse il suo solenne ingresso nel ducato. Egli giunse a Ferrara nel momento meno propizio; il duca era andato ad incontrare la sposa, a causa dell’imminente sposalizio tutta la città era in fermento, si preparava ad accogliere i tanti invitati. Torquato stanco dal lungo viaggio, non potendo ottenere udienza né dal duca, né dalle principesse ed ancor meno dai ministri stessi, proruppe in escandescenze pronunciando parole ingiuriose contro tutta la corte Estense. Quando il duca ne fu informato ordinò che il Tasso fosse rinchiuso nell’ospedale di Sant’Anna a pochi passi dal Castello e come pazzo fosse diligentemente custodito. Questa pietosa scena accadeva intorno alla metà del marzo 1579. Intorno alla prigionia del Tasso si formò una leggenda che ispirò numerosi artisti. Molti poeti romantici tra i quali Lord Byron e Goethe hanno ceduto al fascino della leggenda che venne a formarsi fra Torquato Tasso e Leonora d’Este, sorella del duca Alfonso II d’Este.

Agli albori del Novecento Michele Martina scriveva: “Or qual fu il luogo che in Sant'Anna diede ricetto al cantore di Goffredo?” A sinistra di chi entrava nel vecchio ospedale intravedeva una stanza a pianterreno lunga sei metri e novanta, larga quattro metri e quindici, alta due metri e venticinque, nella quale si entra da un uscio alto un metro e cinquantasette, largo settantacinque centimetri, illuminata da una finestra alta un metro e larga ottantotto centimetri. Sopra la porta sta murata una lapide con scritto: “Dove Torquato Tasso forse patì le smanie più acute Lord Byron si chiuse per ispirarsi a cantare le sventure immortali”. Davanti alla stanza vi è un angusto atrio lungo metri tre e quindici e largo un metro e settantasei, alto due metri e quaranta, chiuso da una cancellata in ferro. Qui il Tasso poteva passeggiare e respirare aria più pulita. Una vera spelonca ove è stato rinchiuso molti anni.

Questa indicazione, osserva il Solerti, nata dopo due secoli e mezzo e per effetto certamente della leggenda romantica intorno al Tasso non può avere alcuna verosimilianza; cosicché non può oggi fissare piuttosto l’una che l’altra di quelle camere perché entrambe forse servirono allo scopo. Del resto, posto pure che la tradizione risalisse a quel tempo, si potrebbe osservare con l’illustre professor Agnelli che prigione e stanzaccia contigua non avevano la squallida apparenza che a esse procurarono l’interramento del cortile di accesso, l’elevazione dei fabbricati onde perdettero aria e luce.

Migliorano le condizioni

Ma se il Tasso da principio fu chiuso nelle celle dei pazzi e gli fu anche posta la camicia di forza, è pur vero che di lì a non molto fu trasferito in un luogo più ampio e più comodo, onde egli stesso, il 25 marzo 1581 scriveva: “dalle mie stanze di Sant'Anna “. Difatti se così non fosse stato, come avrebbe egli potuto accomodare in una lurida stanzaccia, il baldacchino del letto, le sedie. I peltri, gli arazzi, i corami, il ritratto del padre, le casse di libri e il resto che la corte mandava? Il Solerti, con le sue cronache, non è lontano dal credere che egli avesse una camera da letto e una da studio, dove riceveva e conversava con amici, cortigiani, prelati, artisti e principi che sovente gli facevano visita. Circa nove mesi dopo l’arresto incominciò il miglioramento del cibo, fino al punto che gli fu ridato interamente il vitto della cucina ducale; di più, egli poteva spostarsi sia in città che fuori, a feste religiose e svaghi di carnevale, in gite alla delizia di Belvedere fatta erigere da Alfonso I d’Este verso il 1515, situata a ovest della città, su un isolotto posto fra i due rami del Po che circuivano Ferrara. Aveva licenza di recarsi in gita alla villa di Medelana, soggiorno prediletto di Marfisa d’Este e dalla duchessa Lucrezia, figlia di Papa Borgia e seconda moglie di Alfonso I. Tuttavia per quanto fosse buono il trattamento, il Tasso restava sempre in uno stato di recluso.

Nuova causa ai suoi mali fu la notizia che molti dei suoi scritti in prosa e in versi venivano pubblicati a sua insaputa da stampatori clandestini. A questo si aggiunga una grave controversia letteraria, di cui fu causa Camillo Pellegrino di Capua, che in un’operetta pubblicata nel 1584 cercava di dimostrare che il Tasso era superiore all’Ariosto attirando le ire di Leonardo Salviati, letterato fiorentino, il quale, usurpando il nome dell’Accademia della Crusca, assalì il povero Torquato in modo indecoroso, col pretesto che questi aveva parlato male dei fiorentini nel dialogo titolato Il Gonzaga.

Il conforto della religione

Fra tanti dolori, Torquato trasse consolazione dalla religione che sentì sempre con fede sincera. Come il Pellico allo Spielberg, leggeva la Bibbia e studiava i Padri, spesso si rivolgeva alla Vergine Maria, per la quale ebbe particolare devozione. Altro conforto, il poeta, lo ebbe dagli studi, e tutto sconsolato scriveva ad uno dei suoi più fidi amici: “In tanta e così lunga solitudine io non posso ne acquetar l’animo, ne riposar l’intelletto in alcuna parte, meglio che ne libri”. In quel tempo egli compose con mente lucidissima molti dialoghi di argomento filosofico, la sua apologia, alcuni versi e molte delle sue più belle lettere. Di non poco sollievo gli furono le visite di principi, illustri personaggi i quali non potevano se non commiserare l’infelice poeta in quelle tristi condizioni di mente e di spirito. Nel 1584 egli strinse forte amicizia con don Angelo Grillo, monaco benedettino che fece da tramite fra il Tasso e Vincenzo Gonzaga di Mantova perché interponesse una mediazione con gli Estensi, al fine di rendere la libertà al poeta. Il principe mantovano, durante una delle frequenti visite che faceva alla duchessa, sua sorella (appunto nella prima decade di luglio 1586), ottenne da Alfonso II di condurre il poeta con sé a Mantova. E il cantore delle crociate riebbe la libertà dopo una prigionia di sette anni.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google