Eccidi nazi-fascisti, geografia di una strage
La direttrice Antonella Guarnieri ha curato insieme al fratello Davide una mostra su uno dei periodi più sanguinosi
di ANTONELLA GUARNIERI
Domenica 15 novembre 2015, in occasione del settantaduesimo anniversario dell'Eccidio del Castello estense, al Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara, in Corso Ercole I d'Este, 19, è stata inaugurata la mostra . Geografia di una strage: gli eccidi nazi-fascisti nel Ferrarese curata da me e da Davide Guarnieri.
In questa mostra, visitabile fino al prossimo 10 gennaio, per la prima volta, si cerca di dare un quadro complessivo degli eccidi di antifascisti e di partigiani che colpirono il Ferrarese, partendo da quello maggiormente noto, il primo ed esemplare, perché considerato ormai dagli storici come il vero e proprio inizio della guerra civile in Italia, quello del 15 novembre 1943, dove undici ferraresi vennero fucilati dai brigatisti neri, per rappresaglia in seguito all'uccisione del segretario del P.F.R. locale Igino Ghisellini, compiuto interamente dai fascisti, passando attraverso quello del Caffè del Doro del 17 novembre 1944, dove l'eccidio di sette partigiani venne compiuto dai tedeschi, ai quali i detenuti erano stati però consegnati da Carlo De Sanctis, Capo della sezione politica della Questura di Ferrara, per giungere a quelli che hanno colpito, invece, la provincia estense.
Goro, Berra, Filo d'Argenta, Poggio Renatico, Mirabello, Copparo, Codigoro, Ariano, Comacchio, Lagosanto, accomunati da una lunga scia di sangue che colpì, spesso con crudeltà inaudita, uomini e donne che si contrapponevano in maniera a volte organizzata, altre istintiva e personale, al terrore dispensato a piene mani dai fascisti, ritornati al potere e dai loro alleati tedeschi.
Ferrara e la sua provincia, anche se in maniera differente, hanno avuto una parte centrale nella storia del fascismo e nella possibilità che in Italia si instaurasse quella dittatura che, alla guida di Benito Mussolini, impose alla nazione la fine di ogni libertà civile e politica.
È proprio a Ferrara che Mussolini e il fascismo, il 4 aprile 1921, ricevendo la designazione da parte degli agrari a candidarsi in quel distretto, iniziarono la propria marcia verso la conquista, certo violenta, come si vedrà in seguito con il pesante attacco dello squadrismo agli avversari di ogni fede politica, ma comunque trionfale del Paese. Sino a quel momento, infatti, il movimento fascista aveva partecipato alle elezioni sia politiche sia amministrative, rispettivamente nel '19 e nel '20 con esiti tutt'altro che eclatanti.
E il fascismo estense ebbe un ruolo centrale entro tutto il Ventennio: fortissimo, in una città praticamente priva di proletariato di fabbrica, dove la borghesia trovò ascolto in maniera quasi esclusiva presso il suo gerarca locale Italo Balbo, tenne invece strettamente in pugno le campagne, dove l'antifascismo in realtà non venne mai sconfitto definitivamente, brulicanti di braccianti affamanti, attraverso il riconquistato controllo del collocamento.
A conferma di ciò numerosi studi storici che, documenti alla mano, testimoniano, nelle campagne, la presenza di episodi evidenti di dissenso, mentre la città, almeno sino allo scoppio della guerra, restò per la gran parte legata al fascismo.
Fu con la fine del regime che i malcontenti della borghesia, non più solo di quella intellettuale che già con la promulgazione delle leggi razziali aveva iniziato un processo di allontanamento, si fecero forti.
Con l'instaurarsi della Repubblica Sociale che riportò al potere il fascismo e Mussolini, sotto l'egida degli occupanti tedeschi, Ferrara visse un nuovo momento di drammatica notorietà, la strage del Castello estense, il 15 novembre 1943, come scrive uno dei maggiori storici italiani, Claudio Pavone, fu il primo eccidio di civili che inaugurò drammaticamente il biennio di violenze che caratterizzò la storia dell'Italia occupata dai nazi-fascisti nel 1943-1945.
Quando per spaventare chiunque avesse voluto opporsi al fascismo restaurato, riferendosi all'eccidio degli undici civili, dallo stato maggiore della RSI venne coniato il motto "ferrarizzare l'Italia".
È in questo contesto che si colloca il tentativo di comprendere le diverse dinamiche attraverso le quali la scia di violenze e di sangue che la caratterizzò sin dall'instaurarsi della Repubblica Sociale si manifestò durante il biennio 1943- 1945 sia in città, sia nelle campagne.
La ricerca, condotta per gli accadimenti relativi alla città estense da me e per quelli della provincia da Davide Guarnieri, attraverso archivi storici locali, l'Archivio Centrale dello Stato, la raccolta di pubblicazioni e testimonianze, suggerisce motivi di ulteriori approfondimenti e riflessioni su come il biennio della R.S.I. sia stato vissuto nel Ferrarese, un territorio nel quale, forse anche per gli esordi così drammatici del 15 novembre 1943, l'adesione al P.F.R. fu altissima. Uno dei dati più evidenti ed interessanti che emergono da questo viaggio si evince dalla constatazione che nel Ferrarese, città e provincia, il terrore venne imposto, sin dall'eccidio del Castello, non dai tedeschi, che anzi proprio in occasione di quella strage si dissociarono dall'accaduto, diffidando i fascisti da compiere atti così efferati, bensì proprio dai brigatisti neri, da italiani che vestivano la divisa fascista e che spesso si accanirono con violenza inaudita contro quegli uomini che poi vennero fucilati.
Andrebbero ulteriormente approfonditi e sarà possibile magari costruire un percorso ad esso dedicato i tanti singoli assassinii che i nazi-fascisti compirono in questo territorio, una miriade di altre storie, tra le quali ricordiamo Agida Cavalli e Olga Fabbri che si sacrificarono cercando di salvare il figlio e il marito, ma anche la medaglia d'oro Bruno Rizzieri, Renato Scalambra, Fernando Bruni e tanti altri che diedero la vita perché noi potessimo vivere in libertà.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
