Frang e Lonquich sanno incantare
I due spiccano nel quartetto che ha interpretato Dvorák e Strauss
Il ritorno, nel Teatro Comunale Abbado, della violinista norvegese Vilde Frang ha convinto molto più del suo debutto assoluto a Ferrara (ottobre 2014, solista nel Concerto n.1 per violino e orchestra di Bartòk, assieme alla Mahler Chamber Orchestra), perché stavolta per Ferrara Musica è stata la vera anima sensibile del quartetto composto anche da Alexander Lonquich (pianoforte), James Boyd (viola) e Nicolas Altstaedt (violoncello).
Nella precedente apparizione non ci impressionò più di tanto: le avevamo riconosciuto una buona tecnica ma anche una sorta di timore reverenziale nei confronti dell’orchestra. Stavolta, dismessi i timori reverenziali, ha dato al quartetto Lockenahus on tour ed al trio l’impronta della sua personalità nei due brani di grande repertorio in locandina (Antonín Dvorák: Trio per pianoforte n.3 in Fa minore op 65; Richard Strauss: Quartetto per pianoforte e archi in Do minore op13), e principalmente nel brano di un compositore mai eseguito nella nostra città, l’ungherese Sándor Veress, Trio per archi (1954).
Certo, trovarsi al fianco uno come Lonquich, che ti prende per i capelli e ti trasporta dove l’espressione è più suggestiva, imperiosa, languida e briosa - a seconda dei temi e delle dinamiche del pezzo musicale - facilita il compito degli esecutori, perché quel pianista, ospite con frequenza da più di vent’anni nelle stagioni del Teatro Comunale, è musicista preparato e sensibilissimo: che diriga l’orchestra o suoni il pianoforte come ospite o solista tout-court, eccelle sempre. È stato così anche l’altra sera, in Dvorák e soprattutto in Richard Strauss. Lonquich trascinatore. Con delicatezza. Senza prevaricare. Senza forzare. Con naturalezza. E i partner stanno al pianista come i petali alla corolla: quella li tiene uniti e loro spargono colori e profumi intorno.
Non da meno della Frang si sono dimostrati gli altri cameristi: Boyd e Altstaedt. Il primo è inglese e lo manifesta in tutti i suoi atteggiamenti: figlio di quella cultura britannica che non si traduce solamente in sensibilità poetica, ma anche in gesto per come egli ringrazia agli applausi, per come offre il passo agli altri entrando e uscendo dalle quinte, per come imbraccia la viola, per come esprime con la mimica i sentimenti che lo pervadono mentre suona il suo strumento. E, infine, ultimo ma non da ultimo, il giovane violoncellista franco-tedesco che mostra al pubblico le due cose più belle che possiede: un tocco di violoncello pulito e dal timbro accattivante e due occhi che sognano socchiudendosi nei momenti elegiaci, oppure si sgranano nella meraviglia quando i passaggi dal violino alla viola al violoncello e ritorno, sono da manuale. Bellissimo concerto, bravissimi interpreti, calorosi applausi finali con concessione di bis.
Athos Tromboni
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