Quello di Vitali è un viaggio fra categorie ormai sparite
Oggi alle 17 all’Ibs+Libraccio lo scrittore presenta il suo ultimo romanzo «È una sorta di campionario umano, caratteristiche di un Paese che non c’è più»
Dopo una settimana di riposo, alla Libreria Ibs+Libraccio in piazza Trento e Trieste a Ferrara, riprende la rassegna con i grandi protagonisti del romanzo italiano. “Se una domenica d’inverno uno scrittore…”, oggi pomeriggio alle 17, accoglie Andrea Vitali con il suo recente La verità della suora storta (Garzanti), già in testa alle classifiche nazionali da almeno un mese. A dialogare con il noto scrittore comasco sarà il docente Fabrizio Fiocchi.
Il bacino narrativo che offre Bellano è inesauribile…
«Non sono tutte storie nate lì - ci spiega Vitali -, però si adattano bene al teatro naturale della quotidianità, della memoria e della fantasia della mia cittadina. Non è necessario che i personaggi siano realmente esistiti. Mi importa che le persone che si portano addosso la vicenda siano in sintonia con la cornice».
Perché ha messo sotto i riflettori proprio una suora?
«È una categoria umana a cui mai mi ero riferito. Mi sembrava proficuo creativamente il contrasto, la verità nascosta sotto l’abito religioso che si faticherebbe a immaginare… In più l’arco storico è quello degli anni ’70, quando da piccolo ho vissuto molto la loro presenza in ospedale».
Quindi c’è molto di autobiografico?
«Sì, ma non solo. Sto facendo una sorta di campionario delle categorie umane, come fossero categorie merceologiche caratteristiche di un Paese che non c’è più. Le suore che si prendevano cura dei pazienti erano una parte importante per il mio bagaglio personale, ma anche per la loro presenza etica e morale. Un’altra figura da non trascurare è quella della levatrice, che prese piede nella società nel periodo post-bellico e scomparve con il boom economico. Ovviamente, per fare di una suora un personaggio principale del romanzo, doveva offrire una storia corposa da raccontare, ingombrante. Così ho inventato per lei una giovinezza non scandalosa, ma quasi».
A pagine alterne si contendono la trama in due: il maresciallo Riversi e il tassista Sisto Santo. Ma non si rischia di perdersi?
«È un metodo narrativo che applico spesso, che apprezzo. In maniera che il lettore abbia un quadro subito completo: dipano le origini dei miei personaggi all’interno del contesto storico prescelto, giustificando i loro gesti e le loro azioni attraverso un vissuto che riaffiora. E che a volte cozza con quello di chi gli sta intorno, arricchendo la situazione in termini di complessità».
In quale si rispecchia di più?
«In questo caso mi sdoppierei: in parte nel giovane Sisto, che ha cominciato come apprendista in un’autofficina; in parte nel meccanico che gli fa da padre per età ed esperienza. L’ho impostato con due prospettive diverse, una con un occhio rivolto al passato e l'altra più attenta al presente».
Oggi un po’ di suspense e domani, magari, metterà in scena un delitto: che rapporto ha con il Giallo?
«Non mi ritengo un giallista. E poi nel libro mancano gli elementi del giallo classico. La morte della donna sul taxi è un colpo di scena, un amo per incollare il lettore alle pagine. Mi interessa il mistero che aleggia intorno a lei, che motiva il maresciallo a indagare sulla sua vita, ma non ci sono colpevoli, morendo di morte naturale. E penso proprio di continuare su questa strada: sono un lettore onnivoro - conclude il conosciuto scrittore -, per cui di gialli ne leggo tanti, ma non mi reputo abbastanza esperto per scriverne uno».
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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