Antonio, il jazz come insegnamento
Chitarrista di valore, Cavicchi ha continuato a lavorare nella scuola: «Lavoro sfibrante ma ho imparato tanto»
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FERRARA. È uno dei tanti grandi musicisti ferraresi, magari meno conosciuti di altri e per questo è giusto (doveroso quasi) rimediare a tale mancanza. Si tratta di Antonio Cavicchi, chitarrista jazz ‘pluridecorato’, nonché insegnante di sostegno a scuola ed insegnante al Conservatorio “Frescobaldi”, componente di vari gruppi musicali ed al fianco di alcuni fra i più grandi jazzisti del mondo.
«Sono nato a Cento nel 1955 - ci racconta -, ma la mia famiglia è sempre vissuta a San Carlo. Per tale motivo da giovane la mia città di riferimento è sempre stata Bologna, dove ho vissuto le prime esperienze musicali e dove è poi nata la prima scuola di musica moderna, con l’aiuto fondamentale del grande Stefano Tassinari. L’idea era di proporre un supporto didattico che allora non esisteva».
I primi passi nella musica quali sono stati?
«Come tanti della mia generazione sono cresciuto nel mondo delle orchestre. Da adolescente ero molto attratto dalla musica, era il periodo delle band nate sul modello inglese dei Beatles, due chitarre con cantante, basso e batteria. Quando nacqui mio papà Marino era avanti con l’età, allora parlare di Conservatorio significava musica: non era facile pensare di fare il musicista nella vita. Così ho potuto studiare musica solamente dopo il militare, quando potevo permettermela con i guadagni dei tanti lavori svolti da giovane. Nel frattempo suonavo nelle orchestre, dove il bello non erano certo gli assoli, bensì accompagnare le persone che volevano ballare: dovevi essere preciso».
Le orchestre erano comunque una grande scuola.
«Era la fase in cui si suonava un giro di tutto, il repertorio completo dei ballabili, dai latini ai moderni e romagnoli, sono stato fortunato in questo senso. Poi ho vissuto gli ultimi anni dei night, dove la logica era suonare gli standard americani, jazz in particolare e lì ci si esibiva per ore, attaccando fra loro tutti i brani e controllando il volume».
«Era bello a quei tempi - ricorda Antonio - quando ti fermavano per un controllo in orari noturrni. Quando dicevo di essere un musicista non ci credevano: non era contemplato come lavoro. Non lo dico per una questione di orgoglio, ma per la dignità di ciascun individuo».
Come mai non ha voluto essere musicista professionista?
«Dopo vari mestieri, sono entrato di ruolo nelle scuole superiori come insegnante di elettronica. In seguito sono diventato insegnante di sostegno e ho mantenuto i piedi in due staffe, di giorno a scuola e la sera musicista. Ho insegnato in istituti cittadini (alberghiero, Carducci e Navarra), è un lavoro che sfibra ma gratifica enormemente. Senza esagerare, ho imparato cose dai ragazzi disabili che mi sono servite nella musica».
In che senso?
«Sono persone incapaci di fingere e mentre, se hanno emozioni le tirano fuori: per la maggior parte delle persone non è così, idem nella musica. Non si può fingere sul palco, quello che comunichi non è razionale. La natura ci ha fatto un regalo: poter parlare con la musica, per questo quando si suona bisogna trasmettere emozioni».
Certo sarà stata dura insegnare e suonare...
«Fisicamente ora mi pesa, prima ce la facevo e comunque mi sono sempre organizzato bene, avendo l’opportunità di scegliere. Nella mia vita non ho suonato tanto per fare la ‘serata’, mi esibivo in situazioni speciali o per collaborazioni preziose».
Come quella con Riccardo Biancoli e Ares Tavolazzi?
«Quello è il filo conduttore degli ultimi... 23 anni direi. L’idea è nata per suonare qualcosa insieme, in tanto tempo non abbiamo fatto alcuna prova! All’inizio abbiamo unito i nostri repertori, poi sono venute le cose originali, sempre tenendo equilibrio fra i rispettivi strumenti (io alla chitarra, Riccardo alla batteria e Ares al contrabbasso), perché nessuno emerga sugli altri».
Parlava di Tassinari: a Bologna sognavate in grande...
«Ad inizio anni ’80 nacque una cooperativa di musicisti per organizzare eventi e concerti. Poi ci siamo occupati di didattica nella musica, erano gli anni del boom delle scuole americane, tipo Berkeley. In Italia rispetto a loro proponevamo meno rigore, più grammatica e più studio per avere risultati diversi e prima. Ma io presi le distanze, lo studio secondo me è figlio della curiosità, non della grammatica, perché si deve crescere man mano, non far tutto solo una volta terminati gli studi. È un invito che faccio ai miei colleghi...».
E l’insegnamento nelle scuole di musica, come lo fa?
«Vi lavoro da tanti anni, dal 2003 anche al Conservatorio cittadino nel dipartimento jazz, dove cerco di portare avanti un approccio più vicino alla crescita individuale. Invito i giovani a scoprire se stessi, acquisire i fondamenti per poi elaborarli: non si sale sul palco sapendo cosa accadrà, altrimenti è una sconfitta. Per questo non sono un professionista, non ci riesco».
«Al Conservatorio di Adria nel 2003 demmo vita al primo biennio di specializzazione jazz in Italia, grazie al direttore Fabbri. Fu un periodo bellissimo, erano corsi equiparati all’Università e venivano ragazzi veramente da tutta Italia. Nacquero gruppi e situazioni in cui ci si poteva suonare, poi tenevamo lezioni aperte al pubblico: non saggi, vere e proprie lezioni a cui partecipavano tantissime persone per pura curiosità. Furono anni di crescita stupendi, unici».
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