La Nuova Ferrara

il libro di edoardo penoncini

“Al fil zrudlà”, il filo si dipana E il dialetto diventa una lingua

“Al fil zrudlà”, il filo si dipana E il dialetto diventa una lingua

Ferrara è una delle province emiliane che non riconoscono al dialetto una dignità letteraria. E forse, data la sua veneranda età, la nostra è una di quelle che se ne cura di meno. Edoardo Penoncini,...

3 MINUTI DI LETTURA





Ferrara è una delle province emiliane che non riconoscono al dialetto una dignità letteraria. E forse, data la sua veneranda età, la nostra è una di quelle che se ne cura di meno. Edoardo Penoncini, che già era intervenuto a difesa dal nostar dialèt in tavole rotonde interregionali insieme al poeta friulano Giacomo Vit, si è messo alla prova per primo con un temperamento simile a quello dei grandi Pedretti e Baldini. Tanto che per Natale è uscito Al fil zrudlà (AlCe), il suo esordio vernacolare in versi. A prefarlo sono stati due numi d'eccezione, l'italianista Zena Roncada e lo scrittore Diego Marani, il quale si è sempre battuto per l'autonomia delle lingue locali. L'aggettivo zrudlà (srotolato) risuona come zirudèla, la tipica composizione di origine bolognese a scopo umoristico, che però nulla ha a che fare con il lirismo di Penoncini; mentre la zirudèla (da gironda) aveva una funzione sì scherzosa, ma concepita per i riti delle feste paesane, per l'autore di Ambrogio le parole assumono una valenza tanto impressionata quanto impressionante, per organicità e duttilità. «Il dialetto nutre quel sostrato di varietà da cui scaturisce la ricchezza culturale dell'uomo italiano - ha motivato Marani - assieme alla sua inventiva universalmente riconosciuta». Il libro sarà presentato venerdì 22 gennaio alla Biblioteca Ariostea.

Seppure il volume di Penoncini sia ricco di ricordi di una ferraresità perduta, che riporta in vita usi e costumi autentici all'orecchio solamente in quella parlata, intende dialogare con il presente, stimolare l'italiano odierno che rischia l'appiattimento: "Al dialèt l'è na ciacarada cruda / ch'la s'impinìs ad quèi dólz / parché j'è chill paròll / ch'a t'à insgnà i to / e j'è cóm s'at sintési la légna / ch'la sciòpa intàl camìn? / imparsunà da na léngua ad fógh, / na lùs e un cald che t'an t’zmandgarà mai", recita un passo emblematico.

I titoli I véc e i putìn (I vecchi e i bambini), Vàndal in piàza (Vandali in piazza) e S'a gh'è quèl ad nóv cispa (Se c'è qualcosa di nuovo, prendilo), manifestano la volontà di non lasciar andare un sapere da cui dipendono radici comuni e tradizioni di un territorio, ma portarlo avanti, oltre l'uniformità intellettuale a cui ci sottopongono i media. D'altronde, ci sono autori che hanno scritto da sempre per diletto, sfogo e sfida, ma che mai hanno osato darsi al pubblico senza filtri formali. Il percorso di Penoncini, ormai maturo per rifiutare i mezzi termini, è stato compiuto amatorialmente nell'arco di cinquant'anni.

E nella pubblicazione precedente, Vicus felix et nunc infelix. La luce dell'ultima casa (AlCe), già si sentiva da lontano la necessità di riportare alla luce - appunto - un passato non più visibile nei dintorni fuori le mura, un ziràr par la campàgna (Vagare per la campagna). Un paesaggio fatto di impressioni incontaminate e di piccoli gesti quotidiani, di cui si è perso il nome e quindi l'intrinseco valore, che ill paròll a métr'ill insiém col cuór / j'è cmè i fógh d'artifizî. Non a caso, il saggio più recente scritto dall'autore è stato sui Fuochi d'artifizio (1905) di Govoni.

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google