Piva, imprenditore scultore della geometria
Ha fondato la Stayer: le sue opere sono figure ben delineate maturate a conclusione di un lungo percorso personale
di ANDREA SAMARITANI
D. ove una volta c’era il circolo Arci Non sul collo, dal 2008 a Ferrara c’è una Galleria d’arte, permanente, con tante sculture. Tantissime, più di seicento. Sono lì in fila, ce ne sono di legno di cirmolo, di ferro, creta, marmo, rame e bronzo. Figure anche alte come una persona, che si contorcono, che allungano le braccia stilizzate, che si piegano e che si slanciano. Opere d’arte che cercano una forma, la disegnano, la interpretano. Figure geometriche uscite dalla testa e dalle mani del maestro scultore Mario Piva, da tanti conosciuto come lo scultore-industriale, perché ha iniziato plasmando la creta proprio nel 1958, quando fondò la Stayer, la fabbrica che fa parte della storia ferrarese a pieno titolo, che con i suoi 350 operai, nel periodo d’oro, vendeva trapani elettrici in tutto il mondo.
Incontro Mario Piva, un arzillo signore di 84 anni. Mi accoglie con un sorriso che definisco costante e perpetuo, di quelli che non sbagli una fotografia, i capelli ancora folti, un bel vestito e la immancabile cravatta. Mi mostra gentile e distaccato la sua collezione di corpi che si contorcono (che non so se si stanno liberando o annodando), abbracci umani, figure di donne, cavalli. Tutti movimenti dinamici ed armoniosi.
Insieme a noi c’è Laura Rossi, la sua amata nipote che lo segue da trent’anni, critica d’arte. È lei l’artefice della collezione ed a tutt’oggi ne dirige l’attività espositiva.
«Ogni essere umano ha la sua Via Crucis - mi spiega Mario -; la salita al Calvario è stato uno dei temi sui quali ho riflettuto e lavorato a lungo. Per rappresentare questa esperienza estrema del Cristo ho utilizzato come elemento simbolico i tre chiodi, che accompagnano le varie fasi del martirio ed armonizzano tra loro le quattordici stazioni, conferendo così un significato unitario alla narrazione».
I tre chiodi si avvinghiano, si piegano per dare forma alla fatica. Ecco perché anche le altre figure possono essere vissute sia come movimenti verso la liberazione ed al contrario movimenti appesantiti da una croce o una costrizione. Una proposta artistica ambivalente che tocca la profondità di tutti noi essere umani.
«Le mie tematiche si possono sintetizzare in queste fasi: i soggetti familiari e le modelle negli anni Settanta, il Cubismo a tutto tondo tra i Settanta e gli Ottanta, per poi arrivare finalmente al mio stile geometrico dagli anni Ottanta a oggi. Con la sfera come punto d’arrivo».
Quello stile geometrico che spazza via il già visto ed i fronzoli, che punta alla sintesi, che cerca grandi significati in poche forme. Come del resto è stato quando Mario Piva ha ideato il marchio della Stayer, un cavallo stilizzato che conteneva le due caratteristiche che secondo lui rappresentano Ferrara: la capacità imprenditoriale e l’intelligenza.
Fuori dal museo ci sono delle opere pubbliche monumentali firmate da Piva. Il Cavallo, in rame, alto due metri e mezzo, posizionato nella rotonda dell’asse piazzale Kennedy - via Bologna. L’Abbraccio in rame, alto 4 metri esposto nel giardino di palazzo Massari. L’opera in rame il Successo, di quasi tre metri, esposta nella sede direzionale della Cassa di Risparmio. Nel sagrato della chiesa di Tresigallo c’è invece un grande Cristo in rame, alto quasi cinque metri.
Il museo è anche sede della Associazione Italia e Israele, la quale raggruppa membri dall’Emilia-Romagna e della Ferrara Film Commission. Periodicamente si tengono incontri a carattere artistico-culturale e mostre temporanee.
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