La Nuova Ferrara

l’intervista a Horacio Czertock

«In carcere il teatro è necessario»

«In carcere il teatro è necessario»

E la Casa circondariale apre le porte anche agli studenti dell’Ariosto

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Instancabile Horacio Czertock sta curando un progetto che lega teatro carcere e scuola. Ad essere coinvolti sono i giovani studenti del liceo Ariosto che, oltre ad incontri all’interno della scuola, toccheranno con mano l’atmosfera e la realtà penitenziaria all’Arginone. L’attore e regista ci parla dell’importanza che può avere il teatro nella vita del detenuto e della presenza dei più giovani.

Com’è nato il progetto con il liceo Ariosto? Di cosa si tratta?

«Il progetto è nato da un intento comune tra liceo, casa circondariale, amministrazione comunale e l’Asp, di promuovere tra gli studenti la cultura della legalità e la conoscenza diretta degli sforzi fatti nel campo della re-inserzione sociale dei detenuti, per trasformare il tempo morto della detenzione in tempo utile. Il teatro in carcere è uno di questi ed ha un ampio utilizzo in Italia. È stato dimostrato che i detenuti che realizzano un percorso teatrale professionale hanno una recidiva estremamente più ridotta. In questo caso, è attraverso l’attività teatrale che gli studenti possono entrare in carcere per conoscere personalmente la struttura, parte integrante della città».

Quanto è importante, secondo lei, far conoscere a giovani e giovanissimi la realtà del carcere?

«Del carcere, parte integrante della nostra città, si sa poco e male. Il carcere è il luogo che la nostra Giustizia ha allestito perché i criminali condannati possano riabilitarsi e reinserirsi nella società. Oltre ai detenuti, vi sono il personale della polizia penitenziaria e gli educatori. La giustizia è parte essenziale del processo sociale e politico della nostra civiltà. E quindi i giovani devono quanto prima fare esperienza diretta, per poter farsi delle idee proprie e confrontarsi».

Cosa significa fare teatro in carcere? Perché, nonostante le difficoltà, è importante proseguire?

«Nel luogo della massima restrizione e privazione, il teatro si manifesta come una straordinaria risorsa spirituale, di crescita personale, di conoscenza. Purché realizzato con professionalità, il teatro è portatore di tutte quelle istanze che fanno della nostra cultura uno dei più alti momenti della civiltà. Per appropriarsene però è necessario fare un percorso rigoroso e difficile, accettando regole inappellabili. I detenuti che accettano di farlo mettono in discussione la propria storia, la propria personalità, la propria identità. Indossando la maschera, può emergere la propria verità e sostenere il necessario cambiamento. Le difficoltà sono parte della sfida che rappresenta fare teatro oggi, in carcere o fuori. Se mai, per noi è il problema è: se non per preservare una tradizione, perché fare teatro, per chi. Il carcere è un luogo dove queste domande trovano una risposta. In carcere il teatro è necessario».

Samuele Govoni

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