La Nuova Ferrara

Il razzismo corre sul web

Così si affossa il bianco (e non cambia il nero)

di STEFANO SCANSANI
Così si affossa il bianco (e non cambia il nero)

Il fondo del direttore Stefano Scansani sui commenti pubblicati su Facebook al suicidio del giovane nigeriano in stazione

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Non si contano e non sono umani. Ha ragione Gramellini che sul “Buongiorno” della Stampa ha esordito con “Nella civilissima Ferrara...”: i commenti al suicidio del giovane nigeriano sono il sigillo della vergogna. E ha ragione Raffaele Rinaldi, che mi scrive. Il grappolo degli sghignazzi, della polemica barbara, dell’ironia subumana - pensate bene - si è riprodotto su una notizia online nella quale c’era praticamente nulla: nome e cognome, chi era lo straniero e perché si è ammazzato la mattina del 9 gennaio sotto il Frecciabianca diretto a Lecce, nella stazione di Ferrara. Nulla. Eppure l’aggressione verbale è stata spaventosa, esplosa su un paio di segni particolari: pelle nera, nigeriano.
IN AUTOMATICO
Lo sconfinamento cerebrale del purtroppo vasto pubblico degli orchi del web ha rapidamente dato domicilio (in bici, in zona Grattacielo?), occupazione (microcriminalità?), fedina penale (sporchissima?) allo sconosciuto. Sconosciuto per anagrafe, per tratti sommatici, per storia.
Ai commentatori rabbiosi in automatico non gliene importa nulla di che cosa possa aver scatenato la tragica decisione del ragazzo che al balzo contro il treno è sopravvissuto poche ore. Nulla.
A nessuno - se non a qualche contraddittore resistente - è passato per la testa che il giovane forse era ammalato, probabilmente soffriva di nostalgia o depressione, o chissà, era soggetto a qualcuno o a qualcosa.
SECONDO GLI AVI
Con il ragazzo e con il bombardamento dei commenti è morto un altro pezzo di civiltà piccola, ma vitale. Quella che ci avevano insegnato i nostri genitori, nonni, avi, bianchi, della campagna o della città, contadini, impiegati di concetto, operai, intellettuali. Bianchi. Ricordate? Ci avevano educato al rispetto della vita e della morte, di chi non importa. Nel passato ci si toglieva il cappello, si abbassavano le saracinesche, e se anche il morto era sconosciuto, distante o d’altra razza, il silenzio era d’ obbligo. Di conseguenza questo elettronico cianciare idiozie gravi, gravissime, abbassa la nostra civiltà, disconosce la nostra cultura, offende gli insegnamenti da cui proveniamo. Affossa il bianco, e non cambia il nero (se la volete girare sul colore della pelle).
SECONDO ECO
E poi ci sono gli altri. Quelli che immaginano che la colpa di queste aggressioni commentatorie su Facebook e dintorni siano responsabilità dello strumento. Cioè che il social network rappresenti il veicolo che amplifica, invoglia e convoglia e fa sparare le più invereconde imbecillità. Così come ha scritto e descritto Umberto Eco: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l'invasione degli imbecilli”.
Mi piace ricordare che propria a Ferrara nell’ottobre scorso è stato celebrata una sorta di processo a Internet: Conoscere per navigare in sicurezza. Organizzato dai Lions Club nella Sala Estense, il dibattimento ha visto la partecipazione di esperti della materia: Piermarco Araldi direttore di OssCom Centro di ricerca sui media e la comunicazione dell’Università Cattolica; Claudia Manzi, ricercatrice di psicologia sociale e Giuseppe Scaglione, docente di storia e filosofia, formatore informatico per docenti.
ASSOLTI
Internet e i social network sono stati assolti dall’accusa di deformazione delle personalità, confutando così l’ipotesi che su Fb un timido diventi aggressivo, un introverso diventi esibizionista, ed ancora un intellettuale si volgarizzi o un imbecille diventi colto.
IDENTITÀ
La Manzi ha esposto in sintesi i risultati della sua analisi: “Abbiamo esaminato i processi di identità che noi costruiamo ed abbiamo capito che con i social network è come stare allo specchio e vedere se stessi attraverso lo sguardo degli altri. Quindi il mezzo è solo di soddisfazione per la costruzione della propria identità”. Identità soggettiva, ma anche di comunità: la prima costituisce la seconda. Ma la seconda non va scambiata per la community digitale che si regge sulle amicizie virtuali e l’impunità reale per qualsiasi commento degradante, diffamatorio, calunnioso, insopportabile. La conclusione dell’esperta spiega l’origine del bene e del male della Rete. E mi torna buona per ripetere che così, con quest’orda di commenti subumani si affossa il bianco, e non cambia il nero. Piccole morti di civiltà.
s.scansani@lanuovaferrara.it

 

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