Arrivano solo applausi per le Beatrici nate dalla penna di Benni
Sul palco del teatro dei Fluttuanti di Argenta giovedì sera e poi ieri per l’apertura della stagione di “Comacchio a Teatro”, le Beatrici dello scrittore Stefano Benni. Cinque donne, cinque...
Sul palco del teatro dei Fluttuanti di Argenta giovedì sera e poi ieri per l’apertura della stagione di “Comacchio a Teatro”, le Beatrici dello scrittore Stefano Benni. Cinque donne, cinque monologhi tragicomici che hanno dato respiro alla penna acuta e visionaria dello scrittore bolognese. Con Valentina Chico, Elisa Benedetta Marinoni, Beatrice Pedata, Stefania Medri e Valentina Virando, in carne e ossa la Beatrice di Dante, un’adolescente crudele, una suora assatanata, una presidentessa cinica e una donna immersa nel tempo.
Le attrici irrompono sulla scena confondendosi tra il pubblico, con il tacchettìo delle scarpe, salgono sul palco fatto di luce e ombre, un coro di voci al femminile. Sono le Beatrici di Benni, donne che sognano, incastrate in un ruolo calato dall’alto, alla finestra o che mangiano uomini. Una folta platea di teste ha applaudito la prima voce femminile, una Beatrice dantesca viva, umanizzata, che ha voglia di uscire dal sistema, che gioca con i versi di chi l’ha voluta onesta e gentile, in un gioco di parole velate di ironia che tentano, seppur con fatica, la via della definizione autonoma. Subito dopo l’adolescente crudele, una telefonata con un’amica fatta di parole vacue, inutili, superflue, che non vibrano, che non significano, ma che lasciano al pubblico il senso dell’insostenibile leggerezza dell’essere. Grottesca e simpatica la suora, rinchiusa in un convento per volontà del padre, ossessionata da un forte edonismo che deve continuamente reprimere, vogliosa e vitale, rappresenta il forte contrasto tra l’essere ed il dover essere. Poi la donna in carriera fortemente stereotipata, quasi una mangiatrice di uomini. Ecco poi l’ultimo monologo, intimo, filosofico, la solitudine dell'attesa ma anche la velata presunzione di non guardare oltre la propria condizione. Infine, l’assolo collettivo, cinque voci che disegnano il tratto della penna, quasi onirica, di Benni. E il saluto finale mano nella mano fra gli applausi del pubblico.
Rachele Minichino
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google