La Nuova Ferrara

domani al teatro dei fluttuanti di argenta

Severgnini, ecco il viaggio della vita

di Marcello Pulidori
Severgnini, ecco il viaggio della vita

Lo scrittore: «Musiche splendide e dialoghi inediti. Vi divertirete»

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È un vero piacere dialogare (seppure al telefono) con Beppe Severgnini, perché la notizia-novità è sempre sulla punta della lingua. Lo chiamiamo alle 15,30, mentre guida. L’auto. Meglio specificare, perché il personaggio ha anche un passato motoristico e per di più ferrarese («Nel 1980 venivo a Ferrara con la moto, una Bmw R-65, a trovare Daria Bignardi. Lei aveva 19 anni, io 24. Una volta caddi e fui ricoverato in ospedale. Ah, Ferrara è tra le 5 città più poetiche d’Italia»). Domani sera (ore 21, Teatro dei Fluttuanti) lo scrittore sarà protagonista ad Argenta con il suo La vita è un viaggio (Rizzoli, 2014), il suo (penultimo) libro che ispira l’omonima opera teatrale. Che, per inciso, sta facendo il pienone ovunque. «Siamo due viaggiatori, più una musicista». Il giornalista sarà in scena con Marta Isabella Rizi (la Marta del testo) e la cantante e musicista Elisabetta Spada (Betty), autrice (appunto) della colonna sonora. Due viaggiatori, un uomo maturo e una giovane donna, s’incontrano, casualmente, in un non-luogo, l'aeroporto di Lisbona, bloccati per una notte dalla cancellazione di un volo. Non si conoscono. All’inizio diffidano uno dell’altra. L’intimità forzata cambierà i rapporti, in uno scambio più fitto di pensieri, di vissuto. Severgnini risponde alla ragazza, non la corteggia («È lei, anzi, a volte che ammicca. E mi chiede consigli di viaggio») e pesca 4 parole per aiutarla ad andare avanti: «Talento, tenacia, tempismo e tolleranza». E perché proprio Lisbona? «Perché è la fine dell’Europa, oltre serve lanciarsi». E perché la destinazione finale in Brasile? «La ragazza è diretta a Fortaleza», dove (forse) il ragazzo che spera di amare sta aprendo un locale. Sorvoliamo (siamo in tema) sul finale, ovviamente. «È uno spettacolo intimo, con dialoghi fulminei, musiche bellissime». C’è da crederci.

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