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Pazzi, il suo capolavoro torna a distanza di ben trent’anni

Pazzi, il suo capolavoro torna a distanza di ben trent’anni

Tradotto pure in arabo “Cercando l’Imperatore” in libreria con identica copertina «La durata è il vero pregio di un’opera: epica e fedeltà temi che non tramontano»

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A trent’anni dal suo primo capolavoro, torna in libreria Cercando l’Imperatore, edito da Bompiani. E Roberto Pazzi ha preteso la stessa copertina, poiché certi avvenimenti non devono cambiare, così il loro significato. Al contempo, dopo dodici traduzioni è pronta la tredicesima in lingua araba, non a caso di buon auspicio. Tanto che lo scrittore ferrarese si prepara a partire per presentarlo al Cairo, l’ultimo giorno di gennaio.

Cosa prova nel vedere rinnovato il suo esordio?

«La durata è il capolavoro di un’opera - risponde -; da ciò che capto in giro per l’Italia, il libro resiste all’usura del tempo. Riceve ancora un consenso trasversale, sia di giovani che di persone mature. E le parole entusiastiche di un lettore d’eccezione, come Pietrangelo Buttafuoco, lo testimoniano».

Perché ha iniziato il suo cammino letterario condannando la barbarie?

«La tragedia è sempre degna di rispetto, ovunque essa sia. E quella ne ebbe i caratteri classici: violenza, ingiustizia, mancanza di pietà e, soprattutto, l’inutilità. La barbarie apparenta la famiglia reale russa alla famiglia più umile del mondo. Non si può rimediare alla violenza con la violenza: inermi e innocentissimi Olga, Maria, Arianna, Anastasia e Alessio furono trucidati per ordine di Lenin. E non servì ad un futuro migliore: il regime successsivo allo zar fu altrettanto orrendo, partorendo Stalin. Sangue chiama sangue».

Di contraltare si è rifugiato nella bellezza della famiglia riunita attorno a Nicola II...

«La straordinaria eleganza dei loro volti dentro una foto del 1913 mi rimase impressa. Un bambino non può capire e non potevano comprendere di esercitare con la loro presenza il potere del padre, le sue colpe. La bellezza ai miei occhi chiamava compassione di fronte a un destino crudele».

La Storia con la ‘S’maiuscola fu solo un pretesto, vero?

«Ho messo in piedi una favola che proiettasse il mio bisogno di epos. Tra le pagine c’è fame di epica, eroismo e fedeltà; temi fondamentali che mai devono tramontare. La marcia disperata del reggimento Preobrazenskij, guidato dal principe Ypsilanti che tenta di liberare l’Imperatore ne è incarnazione fantastica».

In anni in cui prevalevano il realismo borghese moraviano o l’ideologia marxista della neoavanguardia...

«Quest’ultima rimproverava addirittura la passione narrativa quale disimpegno politico. L’ideologia aveva la meglio sui valori universali, sui grandi gesti. Sull’onda di Guerra e Pace, intendevo scrivere qualcosa di ampio respiro, mancavano gli eroi. Il romanzo si era rinchiuso in un asfittico appartamento di un qualche centro cittadino benestante. E mai mi son mancati microbiografismo o misere cronache della politica italiana».

Quindi neanche sopportava l’aria angusta di Bassani?

«Mi annoiava: non m’interessavano i vizi della società ferrarese arricchitasi nel dopoguerra. Solo la Shoah - chiude Pazzi - illuminò in maniera accecante e splendida la sua produzione».

Matteo Bianchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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