“Mezzogiorno padano”, viaggio costante verso nord
Presentato ieri alla Feltrinelli il romanzo d’esordio di Sandro Abruzzese «Scrivere serve ad espiare il senso di colpa: non aver lottato per il cambiamento»
Ieri alla Libreria Feltrinelli, Sandro Abruzzese ha presentato il suo libro d’esordio Mezzogiorno padano (Manifesto Libri, 2015), insieme a Girolamo De Michele. Un diario interiore che ha richiesto due anni di elaborazione, dopo aver preso il via dal celebre litblog “Racconti viandanti”, al quale il Centro sociale La Resistenza dedica una festa annuale. I due docenti fuori dagli schemi hanno mostrato al cittadino ‘padano’ la luce opaca, di tristezza ma non solo, di vero e proprio sacrificio che spesso s’incrocia negli occhi provenienti da altre terre. Un malessere più attuale che mai, che ha segnato le azioni di chi dal Sud ha rinunciato alle sue radici per cercare fortuna al Nord e che adesso sta accomunando Oriente e Occidente. La coerenza imposta dalle parole, dall’inchiostro nero su bianco, ha spronato l’autore a tradurre quel senso di impotenza nei propositi del domani suo e dei suoi figli.
Mezzogiorno padano: un titolo, una contraddizione.
«Il significato è dentro coloro che non appartengono più a un luogo, perché hanno deciso di lasciarlo e non saranno mai del tutto di quello dove sono approdati. È il tentativo di mettere a fuoco lo sradicamento quotidiano di una nazione incompiuta».
L’Italia ha trovato un equilibrio?
«La paragono a un piano inclinato che non è riuscito ad appianarsi e qualsiasi cosa gli appoggi sopra scivola verso il fondo. Di questo squilibrio, però, a me interessa la componente intima che non fa clamore, le storie minime, quelle del quotidiano».
Ogni capitolo porta un nome e un cognome: dove ha incontrato i suoi personaggi?
«Durante dieci anni di vissuto personale e di lavoro tra Veneto ed Emilia, nel cuore della pianura Padana. Dai nomi s’intuisce subito la loro provenienza; dalla superficie riscritta si evincono i legami profondi e spesso si tratta di affetti familiari».
Fa la parte del direttore d’orchestra, parte muta…
«Sono tanti i personaggi che narrano la loro esperienza, ma i temi che ritornano, ad esempio il rapporto padre-figlio o quello con il paese natale, possono essere letti come un’unica voce, un romanzo corale».
Si sente in colpa nei confronti della tua terra?
«Scrivere della mia terra è un modo per rimarginare una ferita, per espiare il senso di colpa generato dalla partenza, dal non aver lottato per il cambiamento. Credo che ciascuno di noi si porti con sé un sentimento analogo quando arriva da un Sud così affascinante e problematico, al contempo una croce e una delizia».
Ferrara come ha reagito all’immigrazione?
«Ho sempre sostenuto quanto l’Emilia sia un porto generoso per i meridionali. È la prima scelta per chi proviene dal Sud varcati gli Appennini, per una questione di accoglienza. E non è un caso: senza dilungarmi, i vari Dalla, Iannacci e Vecchioni hanno dato il meglio al Nord. Va detto - conclude - che oggi stiamo vivendo momenti in cui l’Europa non si sta dimostrando all’altezza dell’emergenza migratoria».
Matteo Bianchi
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