Sebastio, un maestro nel rendere arte il sacro
Ricordo di Bassi dell’artista comacchiese per l’uscita del catalogo di Scardino Il critico ha raccolto tutte le opere che si trovano esposte a Palazzo Bellini
di CARLO BASSI
Q. uando, in anni lontani, incontrai Nicola Sebastio (importante artista comacchiese, ndr) a Milano, lui già maestro e docente alla Scuola per l’arte sacra Beato Angelico e io architetto di belle speranze, constatammo insieme che avevamo consumato un tradimento: tutti e due avevamo abbandonato Ferrara stremata dalla guerra ma che era la culla dei nostri sogni, per affrontare un mondo e un luogo che pensavamo sarebbe stato carico di futuro. Per poi tornare.
Fu un incontro che non ebbe più a ripetersi, purtroppo: le nostre strade si erano aperte a percorsi non paralleli nel campo delle arti, però rimasero ugualmente carichi di speranze.
La Scuola Beato Angelico era, a Milano, un luogo rilevante nella storia della cultura della città. In essa si aspirava a dare un segno di continuità e di ancoraggio alla modernità di quel mondo a parte che chiamavamo “arte sacra”, il quale si era ridotto ad essere l’ultimo presidio della “grande arte” che il secolo breve aveva mandato in frantumi.
Sebastio dopo aver fatto la guerra, quella vera (era nato nel 1914) era sceso in quella trincea ideale con tutta la passione e la carica anche sentimentale, che gli consentivano di guardare il mondo dell’arte “di fuori2 con la fiducia che un giorno, la cosiddetta “arte sacra” sarebbe tornata ad essere la “grande arte” tout court.
Questo fu il percorso ed il suo impegno nella sua vita d’artista, perseguito con estrema coerenza e con la convinzione ferma che quella era la strada per il grande ritorno, per il grande sogno che si era trovato a condividere con papa Montini, il grande Paolo VI.
Lucio Scardino (critico d’arte ferrarese, ndr) con l’acribia e la documentazione puntuale che contraddistinguono le sue elaborazioni critiche, per le edizioni Liberty House e con il patrocinio dei Comuni di Codigoro, Comacchio e di Lagosanto fa, dell’opera di Sebastio, una attenta indagine illustrandone le opere raccolte nella Galleria civica di Palazzo Bellini - a Comacchio - nella sala che è intitolata all’artista. Scardino si sofferma con grande attenzione sulle opere di Lagosanto, nella chiesa della Madonna della Neve (che elegge a “posto delle fragole” dell’artista), e nella basilica di Pomposa, dove alcune sue opere selezionatissime dialogano con mille anni di storia.
Nel lungo testo che illustra il percorso di Sebastio, l’autore commenta e ritrova i collegamenti dell’artista con i grandi temi ed i grandi esempi della modernità nelle arti più carichi di senso e di problemi ed il nome di Giacometti, il grande scultore francese, viene immediatamente evocato davanti a opere di cui Sebastio sa rimandare con sapienza l’eco, con una vivacità ed una autonomia mirabili. “Resurrezione” e “Sogno di Giona” sono opere che fanno di Nicola Sebastio veramente un protagonista di grande rilievo della scultura del Novecento italiano.
Ma il tema che lo tormentava ed al quale ha dedicato gran parte del suo sentire e del suo cercare per renderlo visibile, è stato quello dell’immagine della Croce declinata nei mille suggerimenti che l’animo gli forniva, apice figurativo della sua tensione interiore che non riusciva a placare: si veda quella bronzea dedicata a “Vecchio e nuovo Testamento” ancora nell’ottica di “Resurrezione” e la singolare versione laica di questa icona, che compare nel bozzetto per il monumento ad Anita e Giuseppe Garibaldi.
Di grande impatto, a mio avviso, è la sua capacità di plastificatore: la mirabile lunetta posta nell’ingresso della chiesa di Lagosanto, modellata in anni giovanili e che costituì il suo debutto nel mondo dell’arte, debutto che lo porterà a Milano ad essere maestro, è un’opera di straordinaria cultura figurativa, di equilibrio e di vivacità plastica, la quale rende omaggio ai grandi maestri ai quali fu vicino e che hanno coltivato il suo carisma.
Oggi il Vaticano, nell’area della Biennale d’arte di Venezia, ha un suo luogo che è un laboratorio per la “Grande conciliazione”. Un laboratorio del quale Nicola Sebastio è stato, per la sua opera, certamente antesignano non solo nel sentire, ma nel volere dare realtà a quello che Paolo VI chiedeva con tanta forza agli artisti, ovvero far respirare il “sacro” a tutta la grande arte contemporanea.
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