La Nuova Ferrara

Gli amori “maledetti” Passione incontrollabile

Gli amori “maledetti” Passione incontrollabile

Fresco di stampa “Le storie d’amore che hanno cambiato il mondo” Arthur Rimbaud e Paul Verlaine ma anche da Auguste Rodin e Camille Claudel

3 MINUTI DI LETTURA





Sono indimenticabili le interpretazioni di Leonardo DiCaprio e David Thewlis in Poeti dall’Inferno (1995), rispettivamente nei panni di Arthur Rimbaud e Paul Verlaine, due dei più grandi poeti simbolisti che hanno macchiato la seconda metà dell’Ottocento. Macchiato secondo il film, nel quale la loro scrittura convulsa si innalza o si affossa di pari passo ai vizi e ai comportamenti antisociali che s’inducevano a vicenda. La pellicola ha scandagliato il loro amore attraverso gli epistolari che mettono in luce i tratti scandalosi di una passione incontrollabile. Tuttavia la critica si espresse ferocemente nei confronti della sceneggiatura e della regia, perché non furono considerate all'altezza di andare a fondo nella psicologia dei due amanti. E si è calato nei loro spleen l'egiziano Gilbert Sinouè con Le storie d'amore che hanno cambiato il mondo (Neri Pozza), freschissimo di stampa. Esposto in bella mostra per San Valentino, il romanzo storico indaga le relazioni amorose che hanno segnato il corso della storia, da Auguste Rodin e Camille Claudel, a Richard Burton ed Elizabeth Taylor, senza distinzioni artistiche né di genere. “Ma come si può anche solo concepire che provi dell'amore per lui?”, obiettò Mathilde, l’inerme sposa di Verlaine di fronte all’evidente relazione del marito. “Se non si può concepire, bisogna inventare l’impossibile”, rispose il maudit, che era stato travolto dalla vitalità di Rimbaud, il genio adolescente. La scintilla brillò appena il diciassettenne scese dal treno, una volta arrivato a Parigi il 12 settembre del 1871. Ed è risaputo che un “dramma sublime” di tale intensità, come l'avrebbe definito Walt Whitman, spesso è animato da azioni mediocri più che da nobili ideali e gesta eroiche, da infamie e follie talmente basse da neanche riuscire a nominarle. Verlaine, che in un momento di tormento interiore mise le mani addosso a sua moglie, la stessa che pur lasciandolo per sempre non smise mai di pensarlo, fu l’unico che carpì e cerco di ostacolare l'abbandono letterario di Rimbaud. “Non voglio leggere le tue poesie, perché ho deciso di non scrivere mai più”, affermò il ragazzo con aria tutt’altro che incosciente una sera al café, mentre avidi ingerivano assenzio. L’altro sgranò gli occhi. “Mi hai sentito. Scrittura, poesia: tutto finito!”, proseguì imperterrito. “Ma non puoi abbandonare così il tuo dono”, motivò Verlaine temendo già di averlo perso. “Il dono è mio, ne faccio quello che voglio!”, sentenziò il poeta più autentico che ebbe la Francia, a tal punto da essere fedele alla sua Musa per pochissimi anni. Poi, ubriachi, finirono la nottata a botte. Questa non è la sola vicenda di stampo parigino raccontata nel libro. Più romantica e meno decadente appare la ville lumière alle spalle di Frédéric Chopin e dell'intraprendente George Sand. Della scrittrice che fumava il sigaro rimane ancora traccia a Venezia, in una calle nascosta dietro la Fenice.

Matteo Bianchi

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google