Rossi-Molière, anarchia controllata
Improvvisazione collaudata nella recita accolta da tanti applausi
FABIO ZIOSI. Il teatro sta sempre più diventando il luogo dove il teatro rappresenta se stesso, dove l'attore recita dicendo al pubblico: attenzione che quello che stiamo rappresentando, quello di cui stiamo parlando siete voi e il vostro mondo. Insomma non c'è la possibilità di dire: scusate, non avevo capito. E così ha fatto anche l'altra sera un bravo Paolo Rossi con la sua brillante compagnia in "Molière: la recita di Versailles" (si replica sino a domani al Comunale) scritta da Rossi e Giampiero Solari su canovaccio di Stefano Massini. Un Rossi che prende a prestito i panni di Molière diventando Rossi Molière e che poi glieli restituisce diventando Jean-Baptiste Rossi, un inno all'improvvisazione - come ha più volte sottolineato il capocomico ferrarese d'adozione - seguendo anche quel filo rosso di anarchia connaturato nella sua personalità e nel suo modo di fare teatro.
Non tragga però in inganno, anarchia con Paolo Rossi non vuol dire confusione e anche l'improvvisazione è ben "collaudata". Anzi, forse Rossi poteva spingersi più oltre in quest'ultima perchè lo rende capace di creare un rapporto più stretto col pubblico che accetta "tutto" da lui, comprese le benevoli sgridate come alla signora che in quinta fila aveva il cellulare illuminato.
Molière è costretto dal Re Sole a scrivere una commedia da rappresentare dopo due ore; d'altra parte non si può dire di no, se si vuole mangiare. Così il grande commediografo s'inventa L'improvvisazione di Versailles (scritta nel 1663) infilando dentro brevi riassunti di Il Misantropo, Il Tartufo e Il Malato immaginario. È lo stesso Rossi - nei duplici panni anzidetti - a spezzare i grandi capolavori con i problemi di oggi che nascono dal quotidiano e dalla famiglia allargata che è una compagnia di teatranti. Cita la Leopolda e le slide, la Regione Lombardia, a un attore affida la parte del leghista gay, escono gli attori vestiti da preti e suore che cantano Imagine di Lennon, Paolo Rossi ad un certo punto esce vestito da papa, tutto in bianco regolamentare, ma con un basco nero con la stella rossa, che svela il Terzo segreto di Fatima: "che gli altri due non sono veri". Naturalmente tanti applausi per tutti e anche per un piccolo cagnolino (forse un boudelogue francais, bianco e nero) che ha pazientemente seguito le evoluzioni sul palco, raccogliendo anche lui la sua "razione" di applausi.
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