Aterballetto, un fiasco evitato da due ballerini
Il Re è morto, viva il Re! Aterballetto fa flop, viva Aterballetto. Deludente lo spettacolo tripartito proposto nel Teatro Abbado l’altra sera per la stagione di danza. Erano in programma due lavori...
Il Re è morto, viva il Re! Aterballetto fa flop, viva Aterballetto. Deludente lo spettacolo tripartito proposto nel Teatro Abbado l’altra sera per la stagione di danza. Erano in programma due lavori del coreografo Michele Di Stefano (E-Ink; e Upper-East-Side) e uno della coreografa Cristina Rizzo (Tempesta / The Spirits), in tutto 58 minuti di danza. La delusione è su più fronti: poca coreografia e molta filosofia ad-libitum, musica che non era musica, scarsa partecipazione di pubblico (comunque plaudente, in modo acritico).
Unico dato consolatorio è che i danzatori erano bravissimi, ammirevoli, pienamente ‘dentro’ la gestualità loro richiesta per raccontare il nulla.
Ora, se vogliamo filosofeggiare possiamo stendere concetti e ipotesi, fino a riempire pagine di scrittura. Tutto può essere interpretabile e reso accattivante, le parole possono dare un verso e un senso all’idea, ma poi l’idea deve rivolgersi al gesto e (nella danza) al gesto coreografico e qui casca l’asino. Ha un bel dire Di Stefano (o chi per lui) che il suo Upper-East-Side è uno spettacolo prossemico (incentrato cioé sullo studio semiologico di gesti, comportamenti, spazio e distanze all’interno di una comunicazione), quando poi la sua coreografia si sbizzarrisce in saltelli, entrate e uscite, inseguimenti di corpi ai corpi estranei a ogni riferimento riconoscibile, un andare-andante noiosamente ripetitivo, senza dare priorità a chi fa che cosa e perché, come fosse il caso anziché la volontà a dettare le regole. E ha un bel dire la Rizzo che la sua Tempesta è gioco coreografico articolato su una danza fatta di ingaggi subitanei, abitazioni epidermiche e corpi volatili agganciati nelle torsioni... quando poi passi, prese, accelerando e rallentando, tensioni e distensioni si sublimano della più insignificante banalità.
Salviamo, nel nostro giudizio, solo E-Ink (durata 12 minuti), lavoro del 1999, non i due più recenti, perché quella coreografia ‘vecchia’ di 17 anni è stata il meglio della serata e ha incoronato due danzatori splendidi come Philippe Kratz (il più bravo di tutta la compagnia) e Damiano Artale. Aterballetto ha una storia, un prestigio, una funzione per la cultura italiana, evitargli i flop vuol dire salvare la danza del nostro e nel nostro Paese.
Athos Tromboni
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