L’Ultima Cena dipinta a Pomposa compie settecento anni
Il pittore Pietro da Rimini la dipinse nel 1316: la singolarità rispetto ad altre storiche raffigurazioni è il tavolo rotondo
L’unica narrazione biblica di convivialità che ha riunito il pensiero, dei quattro evangelisti, è “l’Ultima Cena”. In vari modi, nell’arco dei secoli, l’episodio, è stato rappresentato, sia nell’opulenza che, nella sobrietà. Punti fermi dell’immagine pittorica, sono il corpo ed il sangue di Cristo, racchiusi nel pane e, nel vino.
Fin da tempi antichi, dopo aver impastato la farina, veniva praticata una “croce”, sulla superfice del panetto, prima dell’infornata; usanza questa, proveniente dai Greci, i quali attraverso la protezione della Madre Terra, Demetra, producevano pane fresco, ogni mattino. Per il vino, pure Sant’ Agostino, aveva commentato Isaia 63-3 e Numeri 13-23, paragonando il Cristo, ad un “grappolo d’uva”. Molti pittori come Ambrogio da Fossano a Milano in Santa Maria Incoronata, Andrea Mainardi nella Chiesa dedicata al Santo di Cremona ed a Parigi, nella Chiesa di Sant’Etienne, sono raffigurati Sant’Agostino ed il “torchio mistico”. Altri “simboli” che più frequentemente compaiono sono le arance, simboleggianti il Paradiso, le ciliege rappresentanti la Passione e l’insalata nel senso di Penitenza.
Era un monaco dell’Abbazia di Pomposa, a rompere il silenzio assoluto che vi era nel refettorio, con letture a carattere sacro. I dipinti di Pietro da Rimini che ne decoravano - allora come oggi -, le pareti, rappresentavano il Cristo con la Vergine ed i Santi, l’Ultima Cena e la Cena dell’Abate Guido. Pietro da Rimini, le cui opere sono state esposte a Palazzo Barberini nel 2008, produsse l’affresco dell’Ultima Cena nel 1316 e così quest’anno ricorre appunto il settecentesimo anniversario della loro esposizione nella mensa dei monaci.
La straordinarietà del dipinto dell’Ultima Cena di Pietro da Rimini sta nel fatto che, gli apostoli, siedono ad un tavolo rotondo e, non rettangolare o, semicircolare come palesato da altri pittori che andremo a citare. In questa maniera, non vi erano differenze di grado anzi, gli apostoli e lo stesso Gesù erano tutti uguali; tutti sullo stesso piano. In altre immagini, i commensali che sedevano a semicerchio o di fronte, davano l’impressione di guardare verso un punto esterno, quasi indifferenti del “rito” che si stava consumando. Di Pietro da Rimini rimane solo la documentazione delle sue opere, poiché la sua vita e, la sua morte, rimangono un mistero. È appunto dalla datazione delle sue opere, nelle quali si firmava Petrus De Arimino che si evince come abbia vissuto nella prima metà del XIV secolo.
Con la scoperta della visione prospettica, solo agli inizi del Quattrocento, vengono determinate alcune regole, per chi avrebbe goduto della vista dell’opera. Queste regole iniziarono ad essere applicate dal Ghirlandaio, il quale nel 1480 produce l’Ultima Cena nel refettorio di Ognissanti di Firenze. Seguì le sue orme Leonardo da Vinci, il quale, nel biennio tra il 1495 ed il 1497, eseguì l’Ultima Cena, meglio conosciuta come “Cenacolo”, in Santa Maria della Grazie, a Milano. A ricordare la sua vita, vi fu lo sceneggiato storico di Renato Castellani, con Philipe Leroy ed Ottavia Piccolo, prodotto dalla Rai nel 1971.
Il meraviglioso dipinto che occupa la parete - ed è lo sfondo del refettorio -, rappresenta una lunga tavolata, ordinata, con tovagliato di fiandra, quasi ripiegato e ciò che colpisce sono le fette d’arancia abbinate al pesce, ma anche il simbolo (per credenza) di malasorte, della caduta del sale, dovuta a Giuda.
Nel 1542, l’Ultima Cena di Jacopo da Bassano, viene espressa di fronte ad un lungo tavolo rettangolare ed il “pavone” diviene emblema della “resurrezione” e della “vita eterna” poiché l’animale perde il piumaggio in autunno ed in primavera lo vede ricrescere, mentre le sue carni non imputridiscono. Anche Tiziano, sempre nel 1542, dà una visione frontale del momento mentre, laterale, nel 1592, è quella data dal Tintoretto.
L’Ultima Cena forse più famosa del XX secolo è invece quella realizzata da Salvador Dalì, nel 1955, nella quale solamente il “pane” ed il “vino”sono presenti sopra un’immensa tavola.
Per avere qualche notizia in più sulla vita di Pietro da Rimini, si consiglia il volume di A. Anselmi intitolato “Memorie del pittore trecentista Pietro da Rimini” (La Romagna - 3, 1906 - pagine 443-447).
Mirella Golinelli
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