La Nuova Ferrara

«La coscienza quasi sempre si fonda su sentimenti»

«La coscienza quasi sempre si fonda su sentimenti»

“Il guardante e il guardato”, arriva la prima opera in prosa di Angelo Andreotti «Ho scritto per divertimento e per stupore. Scrittura come forma di conoscenza»

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Il diciannovesimo e ultimo racconto di Angelo Andreotti attacca così: “Nel giardino, una piccola rosa di maggio che ieri non c’era”. E pare di vederlo assorto sul retro di Casa Ariosto, Andreotti, mentre scruta i nuovi boccioli arrancare sui cotti. Il guardante e il guardato (Book Salad, 2016) è la prima opera in prosa del ferrarese. La prima scritta e rimasta a sedimentare per anni in un cassetto, il suo ritorno all’autentico.

Il verbo che ho contato più volte è “pensare”…

«Un pensiero che nasce interiormente, una situazione che giochi tra te e te. È una questione di osservazione: riuscire ad avere una maggiore chiarezza dentro attraverso ciò che accade fuori».

Ma non si vive solo d’intelletto: dove finiscono le emozioni?

«L’aspetto cerebrale non si esprime mai da sé. Sono pensieri sentimentali; si tratta di un “sentirsi sentire” che vuoi comunicare. Devi trovare il modo di illustrarlo a chi in quel momento ti legge. E la coscienza il più delle volte si fonda sui sentimenti.

Si può considerare un esordio narrativo?

«Non nelle intenzioni di allora. Era una sperimentazione che consideravo matura per me. In origine i racconti erano dodici poi sono diventati diciannove, stampati tipograficamente e distribuiti in mano a chi sapevo li avrebbe accolti. Non ero convinto di meritare una relazione con un pubblico, ma con degli amici».

Nello spazio tra “Il guardante e il guardato” c'è la sua solitudine?

«No, è lo spazio in cui accade l’incontro, quindi l’opposto. È la coscienza lo spazio della solitudine, ma di te la raggiungi nel momento in cui ti rapporti con gli altri. Nessuno al mondo è solo: la solitudine è una sensazione, un’idea».

Quando la realtà soddisfa l’immaginazione?

«Mai, ma è anche vero il contrario».

Lei sconta la maledizione della prima volta, la verità della prima impressione. Perciò il primo titolo era “Polaroid”?

«In parte sì. Era la possibilità di bloccare l’immagine e di vederne l'effetto. Infatti tutti i racconti sono al presente, cioè l'istante in cui assimilavo un contesto con gli occhi. Quando sei immerso in una realtà, la fotografia dovrebbe non tanto rappresentarla quanto oggettivarla. Tra quello che tu credi di percepire e ciò che è davvero c’è sempre una distanza».

Scrive per rivalersi sugli sgarbi del tempo, su rimorsi e rimpianti?

«Assolutamente no. Ho scritto per divertimento e per stupore. È stato grazie a questo libro se ho compreso quanto la scrittura sia potente come forma di conoscenza».

Pagina dopo pagina, cosa è rimasto in lei degli altri?

«Sono rimasti i temi che da allora mi ossessionano. Il rapporto con la natura e il paesaggio, che ci circondano come elementi etici e non solo estetici, coinvolgendoci a fondo. L’alternanza di luce e ombra, e l'indeterminatezza di qualsiasi certezza».

Matteo Bianchi

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