La vita da bohémien dell’artista portuense Federico Bernagozzi
Un secolo fa moriva il ritrattista che non visse nell’agio Gli amici lo mandarono a Parigi... e lui tornò il giorno dopo
di GIORGIO NENCI
C. i fu un tempo che a Ferrara nascevano personaggi che avevano fatto de La Bohéme la propria vita. Artisti non di grande lignaggio ma amati dai cittadini per le loro curiose stravaganze. Uno di questi era Federico Bernagozzi (Portomaggiore 1859- Ferrara 1916), pittore ritrattista, amico del maestro di musica Giuseppe Nenci, mio nonno, che dirigeva la Banda municipale “Ludovico Ariosto” dal finire della prima, al finire della terza decade del secolo scorso. Questi ricordava l’amico intabarrato nel suo mantello nero, con la barbetta bruna e la zazzera ribelle che gli usciva da un floscio cappellaccio che portava alla moschettiera. Era, come il musicista, un fervido assertore del verbo socialista, tanto stimato dagli amici, che lo avevano spinto a salire il treno per raggiungere Parigi, perché inseguisse le fortune artistiche del collega Giovanni Boldini. I suoi compagni credevano fermamente nella sua arte, al punto che si tassavano per raggranellare le finanze sufficienti per pagargli spese di viaggio e quelle per sopperir i primi mesi di permanenza nella città francese.
Così, il giorno della partenza lo accompagnarono “armi e bagagli” alla stazione di Ferrara, con commozione ed un certo orgoglio, credendo di essere i fautori della futura fortuna artistica di Federico. Nel momento del commiato le tristi espressioni dei volti del pittore e dei suoi amici non nascondevano il dolore interiore che si insinuava in quel distacco. La città si privava di una delle figure che più rappresentavano quella scapigliatura romantica dei primissimi anni del ’900, e del folclore che attorniava le vaghezze del personaggio, più che della validità artistica della sua arte. Ma la sorpresa coglieva i ferraresi qualche settimana dopo la partenza del pittore; restavano delusi per la fine del loro desiderio, ma nello stesso tempo, felici per aver recuperato “il parigin fuggiasco”, che sedeva al tavolo della sua solita trattoria con una brocca di vino semivuota e l’espressione beata di chi aveva capito tutto della vita.
Era breve il racconto del suo viaggio: quando scendeva dal treno alla stazione parigina, lasciava nel deposito bagagli e valige, per esplorare Montmartre e i boulevards del quartiere latino, ma non li trovava di suo gradimento, perciò tornava in stazione e saliva sul primo treno in partenza per l’Italia. Il racconto di quel suo episodio finiva ogni volta con una sua frase dialettale “Se mi han fag la mié spadzada tutti i dì an stag ben…,”. Amava la sua città, che per lui era meglio di Parigi e Firenze, che ricordava per i suoi studi interrotti all’Accademia, città nella quale conosceva la Bella Spinalba, ballerina di teatro, che sposava e dalla quale si separava per i suoi molteplici tradimenti. Rapporto, questo, che gli scombinava tutta la vita a venire, condotta fra mille triboli, sommersa e soffocata da un’imperdonabile abulia.
Era un pittore ritrattista non di gran lignaggio, viveva economicamente il modo incerto del suo lavoro, e credeva nel socialismo come “sogno luminoso di amore, giustizia e fratellanza universale”, così come lo rammentava il giornale La Bandiera Socialista del 6 febbraio 1916, in occasione della sua scomparsa terrena, avvenuta cinque giorni prima all’ospedale Sant’Anna. Ed era anche anticlericale, dicendo ai compagni di accompagnarlo al cimitero con delle funzioni civili. Quando la Deputazione Provinciale gli concedeva l’uso di una grande stanza da usare come studio nella Torre Ovest del Castello Estense, lamentava i 148 gradini da scalare per raggiungerla, tanto da chiedere l’accompagnamento di un amico, che raccontava di quel giorno che Federico aveva avuto l’incarico di eseguire il ritratto ad una bella e facoltosa donna ferrarese. Pattuita con il marito il compenso per l’esecuzione a regola d’arte del ritratto della signora, questa posava varie volte in Castello, e quando il pittore riteneva di aver finito l’opera , la faceva recapitare ai coniugi dall’aiutante. Ma marito e moglie rifiutavano di ritirarla, perché la donna non si riconosceva in quell’immagine dipinta. Il pittore allora si recava da un legale e citava in giudizio i committenti. Al termine del processo al Tribunale di Ferrara il giudice faceva periziare il quadro da esperti d’arte, i quali davano un giudizio positivo alle somiglianze, valutandolo una cifra oltre dieci volte quella pattuita ad inizio commissione. Il giorno che Bernagozzi ricevette il mandato di pagamento, l’aiutante lo seguì alla banca e rimase in attesa dell’uscita del pittore. Quando lo vide, questi teneva stretti al petto due sacchetti ed era tanto assorto nei suoi pensieri che dimenticò la compagnia dell’amico e questi per non disturbarlo lo seguì a distanza, sino a raggiungere il Castello. Salite le scale, quando lo vide entrare in studio, sbirciò da una fessura della porta per capire l’inconsueto comportamento del pittore: lo vide togliersi tutti i vestiti fino a restare completamente nudo; ai suoi fianchi, sul pavimento, c’erano i due misteriosi sacchetti. Poi lo vide inchinarsi e prendere dai sacchetti manciate di monete, per lanciarle in alto più volte, facendole cadere sul proprio corpo, al grido ripetuto di “Almeno una volta! Almeno una volta!”...
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