Celestini ritorna a Ferrara per raccontare gli ‘altri’
Il popolare attore da venerdì domenica presenta “Laika” al Teatro Abbado «Ma gli immigrati li conosciamo davvero? No, sappiamo solo i fatti di cronaca»
di SAMUELE GOVONI
A. scanio Celestini torna a Ferrara dopo quasi cinque anni di assenza. L’ultima volta fu nell’ottobre 2011 con lo spettacolo “Pro Patria. Senza prigioni, senza processi” e ora torna con un lavoro che racconta la vita degli “ultimi”, coloro che vivono nelle profonde periferie delle grandi città, ai margini della società e delle cui vite si conosce ben poco.
«Raccontare – ci ha spiegato Celestini – significa mettere insieme i pezzi».
L’attore, scrittore, regista e drammaturgo è al Teatro Comunale Abbado dall’11 al 13 marzo. Noi però non potevamo aspettare e così l’abbiamo chiamato per conoscere un po’ più da vicino questa nuova opera di nome “Laika”.
Come nasce lo spettacolo?
«Non so dire di preciso come sia nato. Ho iniziato a raccogliere storie di facchini africani che lavorano nei magazzini della grande distribuzione, racconto dopo racconto mi sono trovato ad avere tanto materiale che parlava di vite e periferie. In “Laika” i personaggi condividono il luogo in cui vivono e le loro esistenze che spesso noi consideriamo “marginali”. Spesso li classifichiamo come “ultimi”, ma è uno schema sociale che ci porta a considerarli in questo modo, loro non si sentono tali. Vivono la propria vita».
Chi è lei in scena? Davvero impersona Gesù?
«L’ho letto da qualche parte ma direi che non è proprio corretta come definizione. Più che Gesù Cristo direi che il mio personaggio è un povero Cristo, che vive in un mondo dove di Dio non si sente alcuna presenza».
Ci parli un po’ di questo suo povero Cristo allora...
«Intanto il personaggio non ha un nome, perché sono sempre io in prima persona a parlare. Beh, lui entra in un bar e si trova davanti una serie di individui che non escono mai da quel locale, che sanno nulla dell’esterno e allora lui comincia a raccontare ciò che accade fuori. Gli parla della vita quotidiana della gente del quartiere, persone “ai margini”. Noi la vita degli immigrati la conosciamo? No, sappiamo solamente quando le cronache riportano fatti inerenti a barconi o baraccopoli, ma della loro vita di tutti i giorni sappiamo ben poco. Il personaggio che interpreto racconta l’eccezionalità di queste persone nella loro normalità».
Con lei sul palco il musicista Gianluca Casadei e la voce fuori campo di Alba Rohrwacher; perché questa scelta?
«La voce fuori campo rappresenta quella del musicista che sta in scena con me. Io raccontando mi rivolgo a lui e lui si rivolge a me attraverso la voce di Alba. Mi sembrava interessante trovare questo distacco, uno scalino tra la possente presenza scenica di Casadei e la voce quasi infantile di Alba. È un fattore che mette quasi in contrapposizione le due cose. Nei miei spettacoli gioco molto sul raccontare una storia a qualcuno; in “Pro patria” per esempio, mi rivolgevo a Mazzini anche se lui non era ovviamente presente...».
Cosa prevale secondo lei in questo suo ultimo lavoro?
«Credo che, alla fine, la cosa più evidente, sia il senso del racconto e del raccontare. Non dedichiamo più tempo al racconto, perché per noi la narrazione è qualcosa di esterno, che arriva da fuori. Al massimo riusciamo a ripetere ciò che abbiamo sentito. Ma raccontare è un bisogno, basti pensare alla voglia di raccontare un libro dopo averlo letto o un film dopo averlo visto o le vacanze dopo averle vissute. Raccontare - aggiunge - significa mettere insieme i pezzi, comprendere, rielaborare».
In tutti questi anni di attività com’è cambiato il suo approccio al lavoro ed il mondo intorno a sé?
«Nel mio lavoro non è cambiato moltissimo. Fin dall’inizio ho sempre pensato a raccontare storie. L’ho fatto attraverso il teatro, il cinema, la radio, la scrittura... I miei interessi sono sempre gli stessi: raccogliere storie e raccontarle. Attorno a me, però, vedo che si moltiplicano gli spazi di incontro virtuale quando, invece, c’è sempre più bisogno di spazi di incontro concreti. Oggi comunichiamo attraverso rete, messaggi vocali, sms, asciugando sempre più il linguaggio, utilizzando dei segni che quasi non hanno significano. Ma allo stesso tempo - conclude Celestini -, vedo che in molti teatri sono aumentati gli abbonamenti, sono cresciuti i biglietti venduti... Ci troviamo dunque in un equilibrio molto interessante tra comunicazione virtuale e ricerca di contatto reale».
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