La Nuova Ferrara

La bisnonna Clorinda, una vita da romanzo

di Antonella Guarnieri e Davide Luigi Mantovani
La bisnonna Clorinda, una vita da romanzo

L’autore Alessandro Rigi Luperti lo scrisse nei giorni dell’alluvione di Firenze, un’opera lodata dal grande Bassani

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di Antonella Guarnieri

e Davide Luigi Mantovani

Giovedì 3 marzo 2016, alle ore 16, alla sala mostre del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara, in collaborazione con la Fondazione Bassani e con la sezione ferrarese dell'Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, è stato presentato il libro di Alessandro Rigi Luperti, “Il tempo degli uomini e il tempo delle cose. La vita di Clorinda”, LaRagnatela, 2014.

Il romanzo, definito dallo stesso autore «un viaggio nel tempo», racconta la storia della sua antenata Clorinda, donna dal carattere forte e ricco di contrasti, capace di guidare con polso, e per più generazioni, un'intera famiglia, vissuta in un periodo particolarmente interessante della storia della Penisola, tra il Risorgimento, proprio mentre l'Italia cominciava a costruirsi e la Grande guerra, quando il nostro Paese si trovava ad un passo dal raggiungimento del proprio definitivo assetto.

Profondo, garbato, colto, ma senza supponenza alcuna, con una vita tutta da raccontare, vissuta con uno sguardo lucido e vivace, capace di punti vista originali, che sanno rivelare aspetti altrimenti taciuti, Alessandro racconta storie che potresti ascoltare per ore senza timore della noia e ci accompagna in un breve viaggio alla scoperta di Clorinda e della propria decisione di scandagliare quel passato e quelli che ne furono i protagonisti, animati e non.

. Alessandro a quando risale la decisione di raccontare la storia di Clorinda, la sua bis nonna?

«La decisione risale a molto tempo fa. Clorinda, seppure morta molti anni prima, era sempre stata con noi: di lei si parlava spesso in famiglia perché mio padre e le sue sorelle, che avevano perso giovani il genitore, erano stati cresciuti dalla nonna. Mio padre, poi, che era il figlio più piccolo era una sorta di pupillo di Clorinda perché era il più piccino e perché erano vissuti a stretto contatto e anche per questo, una volta divenuto adulto, continuava a raccontare di lei e della sua personalità così affascinante. Clorinda veniva ricordata come una donna di grande polso, capace di prendere nelle proprie mani i destini di una intera famiglia e di aiutare i nipoti a compiere scelte fondamentali per il proprio futuro. Anche dopo la sua morte, attraverso i racconti, lei era praticamente rimasta con noi, quasi come fosse ancora viva, quasi come se, semplicemente, avesse abitato al piano superiore del nostro palazzo e da un momento all'altro avesse potuto scendere e sedersi di nuovo a conversare con noi».

Quando iniziò fattivamente a scrivere il romanzo?

«Era il 1966 ed io abitavo a Firenze, dove avevo seguito i miei genitori dopo che i fratelli, ormai adulti, avevano lasciato la casa paterna. Una sera, pochi giorni prima della alluvione di Firenze, ero solo a casa e già pioveva a dirotto. I miei genitori si erano allontanati da Firenze per recarsi nel nostro palazzo di Cagli per la festività dei morti, e io, non potendo uscire di casa perché costretto sulla carrozzina a causa della poliomielite contratta qualche anno prima e a causa delle pessime condizioni del tempo, invitai a casa mia due care amiche, con le quali conversai sino a non troppo tardi. Erano donne molto affascinanti, più grandi di me e di carattere forte. Poco prima delle undici se ne andarono, preoccupate dalla pioggia che appariva sempre più un diluvio. Rimasto solo, non avevo ancora voglia di dormire e così mi avvicinai ad una splendida scrivania, sulla quale era collocato tutto il necessario per scrivere, e, forse stimolato dalle forti personalità delle due amiche, pensai “in una sera come questa ci vorrebbe Clorinda” e così, per farla comparire, per renderla viva, cominciai a scrivere. I miei genitori tornarono in fretta dalle Marche, da dove portarono ogni ben di Dio grazie ai doni dei tanti parenti e amici che erano soliti incontrare in quella occasione che era da tempo una consuetudine. Si trattò di un evento assolutamente fortunato, perché la sera del 4 novembre l'Arno esondò e fummo tutti costretti a restare chiusi a Palazzo: noi, ma anche gli altri affittuari, diverse persone che finirono per gravitare per giorni a casa nostra. Io continuai a scrivere e per passare il tempo, poi, finiva che, in quei giorni terribili dell'alluvione, mi chiedessero di leggere e le storie di Clorinda, che pian piano cominciava a prendere corpo, suscitavano il vivo interesse dei presenti.Continuai a scrivere nei tempi persi, sino alla conclusione del romanzo».

Alessandro, come avvenne il suo incontro con Giorgio Bassani, che lesse la sua opera e la descrisse con parole davvero "Importanti”?

«Mia sorella abitò per alcuni anni a Ferrara, dove lavorava il marito. Qui conobbe diverse famiglia della borghesia estense. Ad un certo punto, siamo più o meno alla metà degli anni '70, si trasferì a Roma, dove anche io ero andato ad abitare con i miei genitori, Cicci Zamorani, una sua amica, che divenne, in seguito, una brava restauratrice, la quale non conosceva nessuno e mia sorella mi chiese di aiutarla ad inserirsi nell'ambiente romano. Lo feci con piacere e in breve diventammo molto amici, era ed è una donna deliziosa, con la quale si consolidò un bel rapporto di amicizia. Fu proprio Cicci che, attraverso la madre la quale conosceva Valeria e Giorgio Bassani, un giorno mi chiese se mi avrebbe fatto piacere conoscerlo e così lo portò a casa mia».

Come fu l'incontro con Bassani?

«Parlammo di tutto, Giorgio Bassani era cortese ed interessato. Tornò più volte a trovarmi, passava e suonava, chiedendo al citofono se poteva salire, così una volta mi azzardai a parlargli di ciò che avevo scritto. Prese in mano un foglio, lesse qualche riga e mi disse che gli pareva interessante. Così ho preso il coraggio a due mani e gli ho chiesto un parere. Lui ha accettato e dopo qualche giorno è tornato a prendere il mio lavoro».

Dopo la lettura Bassani fu entusiasta e scrisse “un'opera di qualità, di grande qualità, un testo pieno di significato…. Un'opera non comune con quella sua minuziosità ossessiva, escavazione di un ambiente e di un animo che lo rende voluttuosamente lungo, senza essere prolisso, ed ancora Lei è un artista ed, in quanto allo stile, mi piace fare dei nomi: Nievo, Bacchelli, Gadda, Baldini ed infine, Un'opera inconsueta e di grande valore, … Non permetta mai, mai, ripeto a nessuno di procedere a cambiamenti e tagli sul testo”, a quale di questi si sente particolarmente affine?

«Li conosco e li stimo tutti, forse Ippolito Nievo, ma in realtà non mi sento legato a nessuno di loro. Penso che ogni autore si esprima a modo suo».

Considera il suo un romanzo storico?

«No, non lo considero un romanzo storico, per farlo avrei dovuto addentrarmi con maggiore precisione all'interno degli avvenimenti che caratterizzarono il Risorgimento, un periodo all'interno del quale anche la mia famiglia fu protagonista, ad esempio con uno dei nonni materni che fece parte della spedizione dei Mille di Garibaldi. Il mio, piuttosto, può essere definito un viaggio nel tempo, durante il quale si incontrano cose e persone lontane da raccontare».

Lei conosce Ferrara e ne è stato ospite in passato, come ricorda la nostra città?

«Una città molto bella, affascinante, della quale, però, ho potuto conoscere solo l'aspetto monumentale e della quale ho potuto frequentare solo un gruppo ristretto di persone, tra le quali ricordo appunto la famiglia Zamorani e Geri Bonfiglioli, figlio di Renzo, proprietario, a quei tempi, di una leggendaria collezione di libri preziosi ed antichi. Non ho avuto la possibilità, come invece mi piace fare abitualmente, di conoscere la Ferrara della “gente”, i negozi, i mercati, le macellerie, i bar, i luoghi nei quali si può cercare di comprendere lo spirito più profondo di una città».

È stato un incontro molto interessante quello con Alessandro Rigi Luperti al Museo del Risorgimento e della Resistenza: un mondo che appare lontano, ma che forse è appena lì, dietro l'angolo della nostra storia e delle nostre vite e che Alessandro riesce a far vivere con leggerezza e profondità, semplicità e complessità insieme, trasportandolo sino a noi grazie all'ausilio di un'anima sensibile, profonda, vivace, instancabile.

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