Un atto eroico di guerra nell’ultimo libro di Quilici
Il popolare regista e scrittore ferrarese ci racconta “L’isola dimenticata” «Rimasi impresso da quel puntino nel Tirreno: realtà storica poco trattata»
Infuria il 1943. Su una piccola isola, al largo delle coste italiane, sbarcano i tedeschi. Nel porticciolo, a un loro ordine, tutte le imbarcazioni vengono affondate: nessuno deve allontanarsi, poiché si teme che gli avversari vengano a sapere della postazione radio installata sulla montagna più alta, strategica per intercettare le rotte di bombardieri in volo verso nord. Inizia così il nuovo romanzo di Folco Quilici, L’isola dimenticata, edito da Mondadori.
«Ero stato su quel puntino nel Tirreno - spiega il regista e scrittore ferrarese - durante delle ricerche per mare. Ho impiegato quasi un anno a concertare il racconto, siccome è composto da elementi disparati. La storia d’amore l’ho fantasticata per motivare i personaggi, mentre l’atto eroico di uno dei due giovani protagonisti è realmente accaduto. Mi rimase subito impresso».
Dallo scoppio della guerra, la comunità isolana vive di stenti. Ora, senza barche, è la fame. Basti pensare a pellicole come Mediterraneo: «Il tema è stato affrontato, ma non con la dovuta attenzione. Intendo mostrare come, pur tagliati fuori e privati di viveri e medicine, siano riusciti a sopravvivere per circa due anni. Tornarono a essere pescatori, o cacciatori con la fionda, perché i tedeschi avevano sequestrato loro i fucili. È stata loro forza di volontà ad affascinarmi».
Ma all’improvviso, all’avanzare degli alleati, un manipolo di incursori mette a ferro e fuoco la base tedesca e i suoi occupanti, distruggendo pure l’impianto radio. «Anche se i tedeschi di cui scrivo appartengono a una Germania diversa da quella che ci mostrano sempre, non disumani quanto le SS. Si tratta di un austriaco e di un vecchio nobile, simboli di una corrente forte nel Reich, la quale produsse l’attentato a Hitler».
A sopravvivere all’assalto è solo la giovane interprete Cristina, altoatesina, giunta al seguito degli occupanti sull’isola dove, con immensa sorpresa, ha ritrovato l’amico e il grande amore: Vanni, tenente dell’esercito italiano ferito sul fronte africano e riparato per curare la gamba nella villa di proprietà dei genitori. Cristina ha un carattere fiero e forte, affronta con coraggio le avversità e la fame che li attanaglia mentre l’inverno sembra non aver fine. Ma pian piano tra lei e Vanni, conosciuto quando entrambi erano atleti in gara per i campionati giovanili del Fascio, rinasce una fiamma capace di scaldare anche le notti più gelide. «Mi interessa - precisa - approfondire il contrasto fra la determinazione della bella nordica e il romano possibilista».
Nell’isola cresce la disperazione, nessun segno arriva dalla costa, finché in un’insenatura non lontana dal paese le correnti portano una grande mina. Usare parti dell’esplosivo che contiene, da far detonare in piccole cariche sott’acqua, potrebbe risolvere la situazione: a ogni scoppio, una moria di pesci che sfamerebbe tutti. Forse solo Vanni può riuscirci: «Fu mosso da eroismo concreto - conclude Quilici -, decise di mettere a rischio la sua vita per sfamare la sua gente». E mentre il curato prega per lui, Cristina lo aspetta scrutando l’orizzonte blu.
Matteo Bianchi
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