Dop a gh'è n'àntar pont
Lo scrittore Diego Marani: "Monacciati? Buttiamo giù i ponti"
FERRARA. Un’estate di tanto tempo fa, quando non esisteva la superstrada e la SS 15 era la via più rapida che da Ferrara andava al mare, un equipaggio di gitanti domenicali in cerca di scorciatoia si perse in una carraia vicino a Tresigallo.
Passava di lì in bicicletta Tago, il nostro matto, che era sempre tutto elegante, soprattutto la domenica, perché era convinto che si sarebbe sposato. I gitanti lo presero quindi per una persona affidabile e gli chiesero la strada per il mare. Mai Tago era stato da noi compaesani preso sul serio. Pur nel torbido della sua follia, capì che quello era il momento di riscattarsi. Ora o mai più, deve aver pensato. Scese quindi di bicicletta e composto spiegò: «Sempar dritt, a gh’è un pont…» poi si fermò a riflettere, strizzando gli occhi per concentrarsi ma proseguì: «Dop a gh’è n’àntar pont…».
L’impresa era erculea. Tutti i neuroni di Tago erano mobilitati nello sforzo. «E po’ a gh’è incora un pont!"».
I gitanti cominciavano a essere perplessi, quando Tago spazientito sbottò: «Eh, agh n’è di pont! S’agh n’è di pont!». Saltò in bicicletta e pedalò via nella calura piantando in asso i gitanti sbigottiti.
Questo aneddoto da solo basterebbe a dimostrare che i ferraresi hanno un problema con i ponti. Ma soprattutto con quello di Pontelagoscuro. Alla piena del 2000 c’era chi voleva farlo saltare per aria, smontare, buttare in Po. Ce la cavammo sollevandolo, ma visibilmente a noi i ponti non sono congeniali.
Oggi la polemica sul nuovo ponte sul Po meriterebbe un film come quello sul fiume Kwai, con i rodigini al posto dei giapponesi e i ferraresi al posto degli inglesi.
Chi dell'Ascom ferrarese si butterà sul detonatore per far saltare il ponte alla fine dell'opera? Si cercano volontari. Che dei commercianti pensino di difendersi dalla concorrenza limitando i ponti sul Po rivela in tutta la sua angustia la mentalità ferrarese e le condizioni dell'imprenditorialità cittadina.
La risposta all'intraprendenza veneta dovrebbe essere quella di rendersi competitivi, di attirare clienti e commerci, di suscitare diversi consumi, di valorizzare il nostro territorio, non di chiudersi in casa e vivere come indiani in una riserva.
Ma poi, quanti ponti bisognerà buttar giù per stare tranquilli? Quello di Polesella una volta era di barche, ma adesso è di cemento armato. Ce ne vorrà di dinamite.
Poi c'è ancora quello di Ariano. Con un pieno di metano potrebbe ancora essere conveniente per l'acquirente ferrarese arrivare fin là per travalicare in Veneto.
E quello sulla Romea? Come niente alla gita al mare si può combinare un bello shopping Oltrepò.
Senza contare che all'estremo oriente c'è ancora quello di barche di Gorino. Dall'altra parte anche il ponte di Stellata spiana la via all'esodo consumistico.
E vogliamo lasciare il Reno sguarnito? Si sa mai che anche i bolognesi si mettessero ad aprire outlet.
Orsù, buttiamo giù anche i ponti di Gallo, di Santa Maria Codifiume, di Argenta e siluriamo il traghetto di Sant'Alberto! Facciamoci isola, rilanciamo la Repubblica Esperantista dell'Isola delle Rose, molliamo gli orme. ggi e ancoriamoci in mezzo all'Adriatico!
I sociologi dicono che l'insularità rende gli uomini più intraprendenti.
Gli inglesi hanno dominato il mondo per sfuggire al loro isolamento.
A Napoleone venne la voglia di impero scrutando l'orizzonte dalle sue rive còrse natie. Chissà che sbattuti in mezzo al mare non diventiamo anche noi conquistatori?
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