La Nuova Ferrara

l'intervista

Gianmarco Tognazzi si racconta

Gianmarco Tognazzi si racconta

A Ferrara uno show room per i vini dell’azienda La Tognazza

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Giovedì 17 marzo, dalle 17 alle 20 con degustazione di vini e altri prodotti, verrà inaugurato a Ferrara uno show room per i vini dell’azienda La Tognazza amata di GianMarco Tognazzi, figlio del grandissimo Ugo. L’attore sarà in città nella veste di proprietario dell’azienda, fondata a Velletri (dove vive Gian Marco) e presente pure a Cremona, dove nacque Ugo.

Perché proprio Ferrara?

«Personalmente ho sempre avuto un legame fortissimo con Ferrara per una serie di motivi - spiega Gian Marco -; intanto, una delle mie prime fidanzate, quando ancora c’era papà era di Ferrara. Avevo 19-20 anni: mi ero innamorato anche della città, bellissima e dal grande patrimonio culturale. Poi Ferrara poi rappresenta nel mio immaginario quella pianura che arriva fino a Cremona. Quelli un po’ più distratti confondono le zone di pianura, alcuni mi danno del parmense... Da qui il legame a certi posti, certe figure, il clima che c’è, specie in inverno con la nebbia, che a me ha messo sempre voglia di caminetto, coccole e ovviamente di vino».

«Le motivazioni - continua - sono fondamentalmente queste, poi quando si è creata l’opportunità con Andrea Tubi di far tutto a Palazzo Spisani ed al Ristorante Lemòkò, in pieno centro a Ferrara... sembra un’oasi: questo meraviglioso giardino con questo piccolo ristorante, caratteristiche simili a un’altra delle aspirazioni di Ugo. Il suo grande sogno non era quello di creare un’azienda. Il luogo dove siamo cresciuti, Velletri (Roma), non era una vera e propria cantina e neppure un’azienda agricola, era un luogo a connotazione femminile e così lo chiamò La Tognazza. Allo stesso modo chiamano villaggio Tognazzi a Torvaianica (Roma) solo perché lì mio papà giocava a tennis, ma come altri lì abbiamo solamente una casa».

Come nasce il brand La Tognazza amata?

«Non siamo una vera e propria azienda, lo siamo a scopo ‘ugolistico’, per la filosofia di vita che ci ha lasciato: dal divertimento alla passione per la cucina e l’idea del ristorante intimo, quello che c’è a Ferrara. Mi sono messo in gioco io come immagine di riferimento, per dare a quella che ora è un’azienda la percezione del futuro che il nostro vino può avere. Siamo ripartiti alcuni anni fa da neofiti, poi si è capito che poteva essere più di un omaggio: non mi andava rimanesse quell’idea di una sorta di altarino per Ugo, il figlio che lo ricorda... adesso è un’azienda, partita da una storia e da una intuizione, ma poi servivano un’evoluzione, una crescita, specie nella vinificazione».

Perché a Velletri?

«Tutto è nato quando sono tornato a vivere lì, dove sono cresciuto fino ai 18 anni. Come tutti quei ragazzi cresciuti nella bambagia, assorbivo tutto il mondo che entrava in casa ma non conoscevo quello esterno e mi sono sentito di ‘scappare’, vivendo a Roma per vent’anni. Poi mi sono detto “Sai che c’è? Forse si stava meglio là”, a Velletri, dove mia madre Franca e mia sorella Maria Sole quali hanno tenuto in piedi la casa, mentre gli altri miei fratelli vivono in Norvegia, Thomas, e a Roma, Riky. Mi sono dedicato alla vinificazione, confronto col mercato e i primi anni per la crescita. È una start up ad investimento zero, i cambiamenti sono lenti e per me un processo di erudizione molto intenso».

Quanto sarà presente nello show room di Ferrara?

«Per noi è un punto importante: essendo a gestione diretta come gli altri a Velletri e Cremona ci sarò, specie per iniziative ed eventi. Tornerò già ad aprile per un’iniziativa benefica con l’Istituto alberghiero di Ferrara. Fra l’altro c’è la coincidenza che l’Istituto alberghiero di Velletri è intitolato proprio a mio papà».

E la cucina ferrarese?

«Mangiai spesso negli anni da fidanzato, poi però sono tornato solo in occasione di alcuni spettacoli a teatro. Ora avrò modo di rispolverarla: non la considero una cucina ‘pesante’, i piatti elaborati e c’è una verticale che fa parte della Pianura Padana in generale, con tante variazioni ma anche assonanze. Anche mio paoà Ugo - conclude - amava preparare questi piatti».

Davide Bonesi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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