Il giovane Bassani in lotta tra fascismo e antifascismo
Lo scrittore ferrarese all’inizio seguì la linea della famiglia, solo in seguito si definì amareggiato da questo cedimento
di LORENZO CATANIA
I. n una pagina del libro Memoria e giustizia. Le Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani, Piero Pieri, acuto indagatore dell’opera di Bassani, si mostra un po’ contrariato nei confronti dello studioso Alberto Cavaglion, colpevole di avere scritto che, “diversamente da Italo Calvino, Bassani non possedeva il pathos della distanza: semmai era condizionato dall’eccessiva vicinanza con i protagonisti dei suoi racconti. Era poi evidente che tendesse ad allontanare da sé incongruenze e cedimenti che in parte erano stati anche suoi”. Qui Cavaglion sembra alludere in particolare a una lettera che il podestà Renzo Ravenna scrisse nell’inverno del ’36 per segnalare al vicecomandante della Gioventù italiana del littorio “l’opera veramente meritevole di un giovane e valentissimo Camerata”, la “Camicia Nera del Guf di Ferrara Giorgio Bassani che è riuscito vittorioso nelle locali gare prelittoriali, il quale si accinge a tenzonare negli imminenti Littoriali di Venezia”. Ma anche alla lettera di condoglianze di Bassani indirizzata a Vanni, il figlio maggiore di Nello Quilici, per la morte del padre, avvenuta a Tobruk il 28 giugno ’40 per un incidente aereo in cui perse la vita anche Italo Balbo.
Nello Quilici, direttore del Corriere Padano, fu protettore del letterato in erba Bassani, che sulla terza pagina di quel giornale, strumento istituzionale di propaganda del regime, esordì col racconto III Classe. Al tempo delle leggi razziali, Quilici, nell’articolo La difesa della razza, uscito sulla rivista Nuova Antologia del 16 settembre ’38, pur rifiutando la “persecuzione antigiudaica”, definita “ingiusta e stupida”, sentiva la necessità “della difesa della razza ariana contro l’elemento ebraico che non soltanto è inammissibile ma anche contrastante con l’elemento italiano”.
Senza dimenticare che la prima parte del giudizio di Cavaglion non suona del tutto nuova, perché richiama alla mente alcune riflessioni contenute nella recensione che Lanfranco Caretti scrisse in occasione dell’uscita di Gli occhiali d'oro, va osservato che incongruenze e cedimenti verso il fascismo da parte di Bassani ci furono e non ci sorprendono, perché comprensibili e giustificabili nella biografia di un giovane che proveniva da una famiglia che, come tante, si era fatta sedurre dalle sirene del regime. Lo rivela Bassani stesso in una conferenza sull’antifascismo da lui tenuta al Teatro Comunale di Bologna nel ’61, alla vigilia della pubblicazione del Giardino dei Finzi- Contini: «Io uscivo da una famiglia perfettamente allineata ai tempi. Mio padre, lui, aveva preso la tessera del fascio addirittura nel ’20. Uscivo da una famiglia di questo tipo: ebraica e fascista.Eravamo dei piccoli borghesi, caratterizzati, anche noi, dagli stessi difetti, dalle stesse colpe, dalle stesse insufficienze della contemporanea piccola borghesia moderata cattolica. Sembrerà strano: eppure erano pochissimi, prima del ’38, gli ebrei italiani che non fossero devoti di Casa Savoia, mentre il duce, che aveva conquistato l'impero, rappresentava per molte delle nostre madri, zie e sorelle una specie di idolo. Dopo il 1938, dopo le famigerate leggi razziali, ‘quasi’ tutti capirono, naturalmente. Ma prima di questa data fatidica, ripeto, fra gli ebrei italiani dominava il conformismo più totale».
Le incongruenze e i cedimenti di Bassani verso il fascismo amareggiarono ‘a posteriori’ lo scrittore, come evidenzia un passo del Giardino, la cui stesura materiale abbraccia gli anni ’58-’61. Qui la giovane Micòl, prima di riferire all’io-narrante di aver preso la tesi a Ca Foscari in inglese, gli ricorda di avere letto sul Corriere Padano nel ’36 la notizia della sua brillante partecipazione ai Littoriali della cultura e dell’arte a Venezia. L’amico ribatte: “Due anni fa, quando a Ca Foscari ci sono stati i Littoriali, ti ringrazio di non essere venuta. Sinceramente. La considero la pagina più nera della mia vita”.
Se è legittimo affermare che incongruenze e cedimenti del giovane Bassani verso il fascismo ci furono, difficile è invece stabilire l’esatta cronologia dell’antifascismo dello scrittore, perché su questo momento significativo della sua biografia non abbiamo documenti inoppugnabili, perlopiù testimonianze orali: «L’incontro a Bologna con Carlo Ludovico Ragghianti avvenne nel ’37, se non ricordo male».
Non credo perciò sia pienamente accettabile l’idea che i prodromi dell’antifascismo di Bassani facciano data a partire dal ’36 (come sostiene lo storico Alessandro Roveri) né l'idea che, ancora prima delle leggi razziali, nel ’37, Bassani aderisca alla lotta antifascista militando nel partito d’Azione. È certo che a spezzare il percorso esistenziale e intellettuale di Bassani furono le leggi razziali emanate dal fascismo nel settembre ’38. Dopo quell’evento drammatico della storia d’Italia, Bassani, per il quale la massima aspirazione era stata quella di pubblicare qualcosa nella rivista “Letteratura”, inizia a ridisegnare il suo universo ideale e matura un impegno fatto di studio e militanza per approdare a una concezione dell’arte, e quindi della letteratura, che abbia come presupposto una moralità da avvicinare un popolo bisognoso di essere ‘educato’.
Intanto, nel numero 72 della rivista trimestrale “Nuovi Argomenti” c’era una sezione monografica dedicata a Bassani. Introdotta e curata da Francesco Longo, in anticipo sul centenario della nascita dell’artista celebrato a marzo 2016, si avvale dei contributi di Lorenzo Pavolini, Luca Alvino, Giorgio Montefoschi, Paolo Di Paolo, Claudio Piersanti e Flavio Santi. I contributi presentati sottolineano la rilevanza letteraria di un autore riconosciuto a livello internazionale, fuori e dentro le università. Il talento di uno scrittore che ha sconfessato i detrattori con cui fu in conflitto all’inizio degli anni Sessanta, ossia i membri del cosiddetto Gruppo ’63.
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