La Nuova Ferrara

«Coraggio e senso del lavoro le lezioni apprese da Bowie»

di SAMUELE GOVONI
«Coraggio e senso del lavoro le lezioni apprese da Bowie»

A parlare è Donny McCaslin, sassofonista statunitense di scena sabato a Ferrara Ha lavorato nell’ultimo disco della grande popstar scomparsa lo scorso gennaio

4 MINUTI DI LETTURA





di SAMUELE GOVONI

“È. stato per molti versi un sogno, anche se non sono sicuro che avrei potuto sognare una cosa del genere. E ora sono ugualmente triste e grato per tutto quello che è successo. David Bowie è stato fonte di ispirazione per il lavoro e Blackstar è una testimonianza del tempo che ho trascorso con Mark Guiliana, Tim Lefebvre, Jason Lindner, Ben Monder e con lui l’anno scorso”. Sono queste le parole che si leggono nella home page del sito ufficiale di Donny McCaslin, il sassofonista che ha collaborato a Bowie nelle registrazioni di Blackstar. È stato uno dei pochi musicisti a vivere gli ultimi periodi dell’artista inglese, scomparso lo scorso gennaio, che sino alla fine non ha smesso di fare musica. Bowie, in maniera estremamente elegante, ha saputo tramutare in arte anche il drammatico momento che stava vivendo.

Donny McCaslin, con Jason Lindner, Matt Closey e Nate Wood, arriva al Jazz Club Torrione di Ferrara per presentare Fast Future. Il concerto è in programma sabato 19 alle 21.30. Abbiamo intervistato McCaslin che, oltre a parlarci del nuovo album e del suo amore per il jazz, ci racconta anche come è stato collaborare con uno degli uomini più influenti del XXI secolo: David Bowie.

Sei considerato uno dei più importanti sassofonisti degli Stati Uniti, quando e perché hai iniziato a suonare?

«Ho iniziato a suonare quando avevo 12 anni - risponde -; sono cresciuta a Santa Cruz, in California, e mio padre è un musicista jazz. Da ragazzino amavo sedermi sul palco e ascoltare la sua band per ore e così, un giorno, ho iniziato a suonare il sax. È stata una decisione impulsiva quella di cominciare a suonare. Forse, guardandomi indietro, posso dire di essere stato influenzato da Wesley Braxton, musicista molto carismatico. Oltre alle radici familiari, ricordo che quando ero alla scuola superiore, suonavo in una jazz band e il mio “direttore” si chiamava Don Keller. Lui aveva una vastissima collezione di album, spartiti e testi di Duke Ellington: suonavamo e studiavamo su quei brani cinque giorni a settimana».

Parliamo di Future Fast, il suo ultimo lavoro...

«Future Fast è l’esplorazione di ciò che accade fondendo jazz e musica elettronica. Si tratta di contaminazione di generi. L’elettronica ha influenzato e non poco questo disco. Suoniamo anche un paio di cover: 54 Cymru beats di Aphex Twin e No Eyes di Bath».

In che modo è nata la collaborazione con David Bowie?

«David e Maria Schneider stavano componendo Sue or in a season of crime (brano presente in Blackstar, ndr). Maria, dopo aver fatto sentire un po’ di ciò che avevo fatto, ha suggerito di registrare con me e la mia band... Ha persino portato David al 55 Bar a New York per ascoltare come suonavo dal vivo! Era il nostro concerto di riscaldamento per la registrazione di Future Fast!».

Cosa ha pensato quando le ha chiesto di collaborare? E cosa ha potuto imparare?

«Quando mi è arrivata la richiesta ero super eccitato. In più, ho amato fin da subito le canzoni che mi ha inviato. Da questa collaborazione ho imparato moltissimo. In primo luogo dal suo coraggio: era artisticamente impavido. E poi era sempre presente, ogni momento di lavoro lui era lì, concentrato e pronto a fare. Era gentile, generoso e aveva un meraviglioso e senso dell’umorismo. Mi è piaciuto molto il suo osare e il suo spingere al limite i confini musicali per andare oltre a ciò che stava sentendo. Blackstar? Mi piace e sono onorato di essere stato una parte di esso».

Quali sono i progetti futuri? Cosa vorrebbe realizzare?

«Sto per andare in studio con Mark, Tim, Jason Lindner e con David Binney per produrre e registrare un nuovo album, che uscirà in autunno. Partiremo immediatamente per il tour, che proseguirà pure nel 2017».

Che cosa significa per lei fare musica e, più precisamente, cosa significa fare jazz?

«Suonare jazz - conclude McCasling -, per me significa avere l’opportunità di esprimermi attraverso la musica. Di esprimere me stesso e la mia idea del mondo. Amo la musica jazz e sto ancora scoprendo così tanto sulla sua storia, sui grandi artisti che mi hanno preceduto... È bellissimo».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google