L’incontro con i Bellini nella loro vecchia casa colonica
Accanto all’articolo era stata posta anche una fotografia scattata durante la manifestazione, ma l’immagine era troppo sfocata per riconoscere volti e persone. Vi si riconosceva soltanto la grande...
Accanto all’articolo era stata posta anche una fotografia scattata durante la manifestazione, ma l’immagine era troppo sfocata per riconoscere volti e persone. Vi si riconosceva soltanto la grande sagoma del Castello Estense. Veronica sfogliò i numeri successivi del quotidiano, senza però trovarvi più alcun accenno al caso della scomparsa.
Il passo successivo fu quello di recarsi all’anagrafe. Aurora Lambertini era l’impiegata che si occupava delle ricerche di archivio. Durante le sue ricerche Veronica aveva avuto spesso bisogno di lei e le due erano diventate quasi amiche. Non fu, quindi, difficile ottenere da lei le informazioni che desiderava sui Bellini e dove, ancora oggi, abitavano gli eredi di quella famiglia di medi possidenti terrieri che nel 1933 dovettero affrontare una delle prove più complicate della loro esistenza.
La grande casa colonica era immersa in un piccolo parco alberato. L’abitazione costituiva un edificio a se stante rispetto all’aia e al fienile. Una casa, come ce ne sono tante nel ferrarese, che era stata ristrutturata di recente ma che conservava quel fascino, un po’ decadente, della storia appiccicata alle sue pietre. Veronica suonò la campanella che era appesa fuori del grande portone di legno dell’ingresso. Venne ad aprire una ragazza di circa 25 anni, con il collo tatuato e i capelli raccolti con un legnetto.
“La stavamo aspettando professoressa” iniziò la ragazza accennando un sorriso timido. Veronica venne condotta in una grande cucina. Profumo di brodo si spandeva da una pentola che borbottava sul fuoco.
Alcuni libri aperti e un blocco per appunti trovavano posto sulla tavola, al centro della stanza.
“Credo che le spiegazioni siano necessarie” iniziò Veronica, con un velo di imbarazzo.
“Non resti in piedi, si sieda, la prego” disse la ragazza, chiudendo i bottoni della giacca di lana che aveva preso dalla sedia ed ora indossava. “Credo che lei debba parlare con mio nonno. Torno subito, ma intanto lei si metta a suo agio”.
Michele Govoni
3, continua
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