Il coreografo Zappalà non sbaglia Da applausi il suo debutto estense
Zappalà fa centro di nuovo; il pluripremiato coreografo ha debuttato a Ferrara, Teatro Abbado, in prima assoluta col suo nuovo spettacolo di danza, “I am beautiful”, ed è stata l’ennesima prova di...
Zappalà fa centro di nuovo; il pluripremiato coreografo ha debuttato a Ferrara, Teatro Abbado, in prima assoluta col suo nuovo spettacolo di danza, “I am beautiful”, ed è stata l’ennesima prova di efficacia, bellezza, sensibilità con le quali confeziona e dirige i lavori della Compagnia Zappalà Danza, assieme alla sua “seconda testa” (come la definisce lui), il drammaturgo Nello Calabrò.
Il lavoro è ispirato al gruppo marmoreo di Auguste Rodin “Je suis belle” ma ammicca anche ad altri lavori scolpiti nella pietra e nel bronzo dall’artista francese. Che cos'è dunque questo spettacolo nato in terra estense e destinato a mietere (facile il vaticinio) consenso e successo in tutte le piazze dove verrà presentato? Un inno alla bellezza della danza e del corpo che danza. Mischiando con sapienza e acume il tribalismo e gli assiemi della danza di Alvin Ailey, la plasticità apollinea dei Pilobolus, il linguaggio asciutto ed essenziale di Virgilio Sieni, Zappalà dimostra veramente che la sua danza è bella.
In scena nove danzatori e, dietro una tenda trasparente, in posizione sopraelevata, i Lautari, cinque musicisti che eseguono dal vivo suoni a volte percussivi, a volte magnetizzati sulla frequenza elettronica di una nota che sembra percorrere la scala pentatonica. Oppure, come nel finale, con verve da hard-rock. Su questo tappeto sonoro si muovono quattro uomini e cinque donne, nei loro costumi all’inizio bianchi, come bianca è la luce di scena; poi i colori dominanti diventano il viola, per la scena, e il verde marino per i costumi. La danza si sviluppa su movimenti in rallenty, plana in immobilizzazioni di bellezza scultorea, si agita in eccitati balli voodoo. Difficile descrivere in breve la quantità e la varietà di gesti e prese che i bravi danzatori riescono ad interpretare, perché i 70 minuti dello spettacolo sono una summa di situazioni. Unico appunto da fare: la parte centrale un po’ troppo insistita, danzata sul suono asessuato del nastro magnetico rischia di strappare qualche sbadiglio in quanto prevedibile e ripetitiva, come una sequenza minimalista. Teatro non esaurito, pubblico giovane e calorosissimo.
Athos Tromboni
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