La Nuova Ferrara

«La migrazione ci libera dai patetici miti nazionalistici»

«La migrazione ci libera dai patetici miti nazionalistici»

Parla l’autore albanese Hajdari che oggi alla Feltrinelli presenta l’ultima raccolta L’obiettivo è valorizzare la poesia: dobbiamo ridare la dignità perduta alla parola

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La Giornata mondiale della poesia, voluta dall’Unesco, si festeggia a Ferrara nel segno dell’integrazione e della comprensione reciproca. Oggi, alle 16.30, alla Libreria Feltrinelli in via Garibaldi c’è il poeta albanese Gëzim Hajdari, che presenta la sua ultima raccolta Delta del tuo fiume (Ensemble, 2015). A dialogare con lui Elia Malagò, direttamente dal Festival Letteratura di Mantova.

Delta del tuo fiume: il titolo è un addio?

«Potrebbe essere anche un nuovo inizio - risponde Hajdari -, come il fiume sfocia in mare. L’inizio di un nuovo pensiero, anche per il ‘verbo’ che restituisce la vita perduta. Un vero e proprio ripensamento dal maschile al femminile, metafora della procreazione».

La rinascita dell’umanità deve cominciare in Africa.

«È la madre dei viventi per eccellenza, dove ha avuto origine la specie umana. La morte civile e la crescita ipocrita dell’Occidente sono sconfitte, per ripartire dobbiamo tornare nel grembo della civiltà».

Perché s’è persa la purezza?

«C’è un grande appiattimento, è tutto una farsa. Un tempo veniva tutto dal basso, dall’arte alla politica. Ora dominano le sovrastrutture e le gerarchie. Siamo vittime di una menzogna culturale che favorisce pochi su troppi. La poesia stessa non è più epica, ha smarrito il senso civile per colpa di chi si definisce intellettuale. Un tempo i nostri avi si nutrivano di valori letterari e spirituali».

La cosa a lei più cara è la sua lingua: è rimasto l’ultimo legame con la sua patria?

«In principio era il ‘verbo’. Dietro la lingua si nasconde il carattere di un popolo, la sua anima. È l’evoluzione delle nostre tradizioni e di chi si è sacrificato per consegnare la sua esperienza oltre il tempo. Dobbiamo ridare la dignità perduta alla parola e ricostruirne il tempio distrutto dagli pseudo-poeti. È una dura resistenza, che dalla periferia marcia verso il centro».

Riportare il centro nelle periferie e viceversa: questo significa errare?

«Sì, la storia umana è racchiusa nella migrazione. Emigrano i pastori, ma anche le leggende, gli amori e le galassie sopra di noi. Io stesso provengo dai Balcani e per 500 anni l’Albania è stata guidata da un codice d’onore orale, tramandato di padre in figlio, di generazione in generazione. Codice che ha dato alla luce un profondo patrimonio lirico. Migrando - continua Hajdari - ci si libera anche dai patetici miti nazionalistici e si diventa cittadini del mondo, s’impara la convivenza».

Se errare non comporta l’abbandono delle radici, allora chi è ‘contadino della poesia’?

«Erranza significa arricchimento, scambio reciproco. Per ‘contadino’ intendo chi ha l’umiltà e il coraggio di partire dal basso, riportare alla poesia i profumi della terra, la memoria dei nostri avi; farlo significa essere un vero intellettuale. In Italia c’è una tradizione eloquente: tra ’700 e ’800 a giudicare l’Opera erano i contadini che dopo il raccolto andavano ad ascoltarla a teatro. Pretendevano molto dagli artisti, tanto che di fronte a loro tremava perfino Verdi».

Matteo Bianchi

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