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I miti jazz hanno mille volti A raccontarceli è Bettinello

 I miti jazz hanno mille volti A raccontarceli è Bettinello

Il giornalista e critico venerdì è al Torrione per presentare il suo ultimo volume «Sono oltre cinquanta storie di artisti, senza indulgere in eccessive nostalgie»

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Venerdì sera al Torrione arriva la Tower Jazz Composers Orchestra ma prima, spazio alla presentazione di “Storie di Jazz - Guida sentimentale alla vita e alla musica di cinquanta (e più) maestri”, edito da Arcana. Per l’occasione abbiamo parlato con l’autore Enrico Bettinello, giornalista e critico musicale.

Quando e come nasce “Storie di Jazz”?

«Le oltre cinquanta storie che sono raccolte nel libro - spiega - nascono come rubrica mensile per BlowUp, rivista per la quale scrivevo (e ancora scrivo) molto di jazz d’avanguardia o contemporaneo, ma per la quale il direttore aveva giustamente sentito l’esigenza di offrire uno sguardo anche a figure più “classiche”. Pur senza ambizioni di completezza, mi sono accorto che, anche una volta raccolte in un libro, costituivano una narrazione potente e variegata».

I ritratti che offre degli artisti sono “lontani da mitologie un po’ nostalgiche”, cioé?

«Quando si parla del jazz e dei suoi protagonisti – le cui vite spesso forniscono materiale più che romanzesco – è facile cedere a una lettura nostalgica e un po’ mitologica. Nelle mie storie ho cercato, senza perdere di vista il piacere della narrazione, di non indulgere in eccessive nostalgie e di collocare piuttosto la vita e la musica di questi artisti nell’ambito di un corretto contesto storico e culturale, in evoluzione lungo i decenni».

Fra tutte le storie che racconti ce n’è una a cui è particolarmente legato? E perché?

«Non sono sicuro di avere delle grandi preferenze tra le storie, ognuna di esse racconta molte vicende e suggerisce moltissima musica da ascoltare. Potrei forse scegliere quelle di figure “minori” come Gigi Gryce o Herbie Nichols, così come i tre saggi più lunghi e articolati che completano il libro, dedicati a musicisti che amo molto: Eric Dolphy, Andrew Hill o Charles Mingus».

Il jazz di ieri e di oggi, che ruolo occupa il jazz nella musica in questo momento? Cosa ne pensi delle tante contaminazioni tra i vari generi?

«Trovo sempre un po’ riduttivo (e anche probabilmente inutile o impossibile) cercare di tracciare confini che definiscano cosa sia il ‘jazz’ oggi. Capita così che occupi o incarni molti ruoli, a volte apparentemente incompatibili tra loro, di certo l’evoluzione globale di queste musiche le ha fatte molto allontanare da quelli che erano gli elementi linguistici e culturali da cui sono partite e che hanno attraversato lungo tutto il Novecento. Con esiti a volte straordinari, altre più velleitari - chiude -, specie quando si pensa al jazz solo come a un “colore” da dare ad altro».

Samuele Govoni

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