La Nuova Ferrara

Arte visiva, quando l’evoluzione non si ferma

Arte visiva, quando l’evoluzione non si ferma

Intervista all’artista Isabella Bordoni: «La condivisione nelle periferie è lo strumento per ridare vita al territorio»

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L’arte visiva e sonora ormai anche in Italia è una realtà in continua espansione ed in assidua evoluzione. Spesso questi tipi di performance richiedono il coinvolgimento del pubblico, facendolo diventare complice di momenti di poesia condivisa per far vivere una vera e propria “esperienza dell’ascolto”. Chi pratica questa forma artistica non solo deve avere una preparazione tecnica notevole oltreché a capacità intellettuali ragguardevoli, ma dev’essere consapevole di agire come “celebrante di un’altra dimensione”. Per approfondire questo stimolante e affascinante argomento abbiamo incontrato la regista, poetessa, autrice, performer visiva e sonora, nonché artista digitale di fama nazionale, Isabella Bordoni (nella foto di Marco Caselli Nirmal), attualmente in tournée con il suo lavoro dal titolo “Fortuna”.

Come nasce artisticamente Isabella Bordoni?

«Mi sono formata artisticamente tra gli anni ’80 e ’90 - spiega l’artista romagnola -, in uno scenario europeo aperto alle sperimentazioni tecnologiche. A metà anni ’80 fondai la compagnia “Giardini Pensili” la cui vocazione era proprio quella di connettere tra loro tradizione e innovazione, classicità e contemporaneità. Erano gli anni in cui i media erano forse per la prima volta pensati, immaginati e agiti in prospettiva drammaturgica. Si desiderava superare i limiti legati a percezioni, spazio, simultaneità, compresenza, eravamo agli albori di alcune ricerche sui sistemi della telecomunicazione e delle arti interattive. All’epoca, la mia avanguardia era portare lì dentro la “poesia”, così come più tardi in Italia è stata avanguardia portare la tecnologia nella poesia dal vivo. Quindi mi sono formata e ho contribuito io stessa a formare una dialettica serrata e spontanea tra i linguaggi, pertanto non sento una separazione tra ricerca tecnologica e personalità artistica perché sono, in un certo senso, l’una il frutto dell’altra. Ho detto e scritto più volte che mi interesso a una tecnologia che conserva la memoria poetica dell’esistenza. In questo senso la tecnologia che mi interessa, così come arte e poesia, così come la politica e l’economia che mi interessano, si giocano su piani di sottrazione e radicata sensibilità umana. Poi, devo dire che da una quindicina d’anni sono sempre meno interessata alla mia personalità artistica nelle forme di un prodotto replicabile, quanto piuttosto all’innesco di processi collettivi».

L’arte e l’artista, che dovere hanno nello scenario di oggi?

«Vorrei dire quello di un’avanguardia poetica, quindi inevitabilmente civile. Ma questo è ciò che chiedo io di essere all’arte, e io sono definitivamente minoritaria. Avverto invece da tempo che il discorso pubblico, le narrative del contemporaneo, hanno chiesto all’arte di introiettare modelli linguistici, economici e imprenditoriali che spesso non gli competono. Così arte e artista sono spesso interpretati e assunti come strutture sintattiche funzionali a discorsi all’interno dei quali, però, non si dice di loro. Nel panorama contemporaneo, quindi, mi pare altissimo il livello di manipolazione di questi due termini. Tuttavia esistono esperienze interessanti che conosco perché ne sono parte, come il lavoro con Dynamoscopio in Giambellino-Lorenteggio, periferia critica di Milano, dove dal 2010 l’arte ha innescato sensibilità, poetiche, aspirazioni, ascolto e progettualità, capaci di affiancare e sostenere ricerche e pratiche a vocazione antropologica, facilitando la creazione e la condivisione di processi partecipativi e creativi di comunità. La stessa periferia sulla quale è intervenuto quest’anno G124, il gruppo di lavoro sul “rammendo delle periferie” di Renzo Piano, e dove è stato possibile raggiungere alcuni esiti importanti e comunicabili anche mediaticamente, grazie al fatto che esisteva ed esisterà un lavoro quotidiano da parte di associazioni locali, presenza viva e attiva sul territorio. Così come, diversamente perché è diverso il paesaggio umano e urbano, ma similmente come pratiche di militanza sul territorio, è l’impegno dell’associazione Terzo paesaggio a Chiaravalle, area questa di periferia rurale milanese, dove le pratiche artistiche e di riattivazione dello spazio pubblico stanno ricostruendo relazioni di prossimità e quindi anche di risposta a bisogni, tra persone e luoghi».

Ci parli del suo rapporto con Ferrara, oggi...

«Un rapporto nuovo, agito nel tempo presente ma anche questo ha radici dislocate e lontane, è passato da Barcellonanel 1986 e poi da Chiaravalle nel 2014. Perché è così che le cose accadono, e sta a te decidere quali fili tessere e intrecciare tra loro affinché facciano parte della tua esistenza. Innanzitutto la ricchezza della perdita, perché nel perdere orientamento, velocità, abitudini e familiarità pregressa con i luoghi, perdi anche la paura e fondi un nuovo te nel mondo, che anche se temporaneo e breve, ti consente di vivere lo ‘spaesamento’ come nuova possibilità. Inoltre, per camminare devi avere un bagaglio leggero, bastarti nel poco e spesso fare tu il primo gesto del “dare”, affinché il tuo essere straniera nel luogo non sia percepito come inimicizia o giudizio o minaccia. E poi, il cammino apre alla possibilità di appartenere a quello come ad ogni altro luogo, di sentire il cammino stesso come patria, di essere quindi ospite sempre, in una casa comune più grande di ogni muro domestico o nazionale».

Vincenzo Iannuzzo

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