La natura più volte bistrattata risplende grazie alla Carletti
Tutto quanto è solitamente ai bordi nelle sue opere diventa elemento cardine «Il mio flusso creativo è lento: non ho un obiettivo preciso, sperimento molto»
Frottage, terracreta, gesso positivo, carta di riso, tele tarlatane, impronte, composizioni di fiori, piante, farfalle, una selva di materiali, elaborazioni di elementi naturali. Il tutto in due stanze in via Carlo Mayr a Ferrara, di fianco ad una chiesetta, ancora consacrata, costruita nel sedicesimo secolo come ringraziamento per lo scampato terremoto avvenuto in quel periodo.
Sono nello studio dell’artista Daniela Carletti, o meglio nel suo mondo: «È tutto qua, in questo spazio dove gioco, dove lavoro, dove lascio spazio ai dubbi, dove provo delle sensazioni, delle emozioni ma anche delle inquietudini - mi racconta Daniela -, il mio procedimento artistico, il mio flusso creativo è lento. Aspetto. Poi riprendo. Cerco di guardare alle mie opere con distacco, le guardo da lontano e poi mi riavvicino. Ho sempre sperimentato molto, ho un rapporto tattile con le mie creazioni, mi interessa il loro odore. Non ho un obiettivo preciso verso cui andare, vado per gradi, decido il proseguo dei lavori in base a quello che ho già realizzato, mi guardo indietro per andare avanti. A volte ho la sensazione che sia l’inconscio che mi fa lavorare, libera, senza progettazione. Alla fine le mie opere sono il mio specchio».
Nello studio ci sono grandi quadri come arazzi, figure di farfalle, fiori, tigri di vari colori, fino alle figure antropomorfe. Non sempre positive. C’è in lei il coraggio di affrontare l’oscuro, l’ignoto, la natura che diventa inquietante: entrano in scena le farfalle nere, affascinanti, graficamente equilibrate e armoniche che però contengono un significato tetro e volutamente cupo. «Il microcosmo naturale delle opere della Carletti è abitato da farfalle, aironi, elfi, tigri, peonie e canne selvatiche. È una natura, dunque, magica ma non artificiosa, lontana da ogni sorta di ecologismo, ma appunto capace di inquietare, straniare», concorda con me, a distanza, Andrea Musacci nella presentazione scritta dell’ultima mostra di Daniela.
Un mondo di natura. Perché Daniela cerca e ricrea la natura, cerca l’armonia, il benessere e il colore. «La natura mi chiama, mi richiama. Sento l’incombenza della memoria che mi ritorna attraverso gli esseri vegetali, attraverso le impronte delle piante», mi racconta Daniela mentre sposta disegni, fogli e carte leggere. I rilievi delle piante sono stati i suoi primi lavori, alla fine degli anni ’90, che l’hanno fatta conoscere al grande pubblico, suggestive impronte delle piante, ottenute con la terracreta morbida utilizzata come matrice in negativo, riempita poi con il gesso positivo. Impronte bianche e a volte colorate, di grandi dimensioni, che presentano quindi in formato 1:1 le canne che crescono vicino al nostro fiume Po.
Daniela è una sorta di san Francesco in gonnella del 2000, come l’ha definita la gallerista Maria Livia Brunelli: «Quella di Daniela è una laude nei confronti di una natura bistratta, abbandonata, sola, davanti alla quale l’uomo passa davanti con sguardo indifferente e distratto. Il suo è un tentativo di metterci davanti a questa bellezza, di farla riassaporare e degustare a chi ha il palato ormai troppo bruciato dalla contingenza e non si incanta più davanti a certi fenomeni naturali».
Mette al centro quello che è ai bordi, le parti dimenticate dei quadri, come ha sottolineato il critico d’arte Gianni Cerioli: «Daniela porta alla ribalta quello che per i pittori paesaggisti erano a margine, le piante palustri, lei ce le fa vedere nella sua completezza».
Andrea Samaritani
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