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Biennale Donna riparte al Pac con Silencio Vivo

di FABIO ZIOSI
Biennale Donna riparte al Pac con Silencio Vivo

Artiste dall’America Latina protagoniste a palazzo Massari con la riapertura momentanea del Padiglione d’arte

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FERRARA. Un doppio avvenimento da festeggiare: il ritorno di Biennale Donna, costretta a saltare nel 2014 l'edizione del trentennale perché il terremoto aveva reso inagibili gli spazi, e la riapertura (anche se momentanea) del Pac, il Padiglione d'arte contemporanea di palazzo Massari. Domani alle ore 18 s'inaugura la mostra collettiva "Silencio Vivo. Artiste dall'America latina" (dal 17 aprile al 12 giugno), curata da Lola Bonora e Silvia Cirelli e organizzata da Udi Ferrara e Gallerie d'arte moderna e contemporanea. Al Pac si sta ultimando la sistemazione delle opere e c'è il classico via vai di tecnici con Lola Bonora e Dida Spano, del Comitato Biennale, che passano da una camera all'altra per definire gli ultimi dettagli. È una entusiasta Silvia Cirelli a farci da guida in questa anteprima.

«Si tratta di quattro artiste sud americane: Anna Maria Maiolino, brasiliana, Teresa Margolles, messicana, Ana Mandieta, cubana deceduta negli Stati Uniti molto giovane, e Amalia Pica, argentina. Sono artiste famose nel mondo ma poco conosciute in Italia. Questa rassegna riscopre le contaminazioni nell'arte dei temi di grande attualità, interrogandosi sulla realtà latinoamericana e individuandone le tematiche ricorrenti, come l'esperienza dell'emigrazione, le dinamiche conseguenti alle dittature militari, la censura, la criminalità, gli equilibri sociali fra individuo e collettività, il valore dell'identità o la fragilità delle relazioni umane».

Al primo piano del Pac vi sono le opere di Maiolino e Mandieta entrambe protagoniste negli anni ’70-’80 che hanno vissuto la nascita e l'affermarsi delle dittature con l'impronta della migrazione, di spaesamento dalle radici della propria terra. La Mandieta si immerge quasi ad annullarsi nella natura, la sua silhouette si incendia e diventa polvere che si mescola con la terra. Oppure i rimandi alla cultura esoterica con l'utilizzo del sangue che diventa strumento di scrittura e di denuncia della violenza sulle donne. Al piano superiore espongono Amalia Pica e Teresa Margolles. È un'intera parete di foto gigantesche ad accoglierci: sono i volti delle ragazze uccise a Ciudad Juarez, la città messicana tristemente famosa per la violenza e con un alto tasso di femminicidio; nessuna immagine di morte nell'opera della Margolles, ma volti e suoni che te la fanno rivivere. Come i due deumidificatori che in una stanzetta mandano in circolo l'acqua dell'obitorio di Città del Messico. Infine l'installazione della Pica sulla difficoltà della comunicazione alla quale il visitatore è chiamato ad essere partecipe attivo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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