Il suo amore per i documentari iniziato attorno al grande fiume
Florestano Vancini, nato a Ferrara il 24 agosto del 1926, fin dai primi anni di liceo si appassiona al cinema, incuriosito dai racconti dei compagni di classe e restando sedotto da La grande...
Florestano Vancini, nato a Ferrara il 24 agosto del 1926, fin dai primi anni di liceo si appassiona al cinema, incuriosito dai racconti dei compagni di classe e restando sedotto da La grande illusione di Jean Renoir e Ombre rosse di John Ford. Passione che cresce nel ’42 quando, a Ferrara, fu girato il film Ossessione di Luchino Visconti. «Sul luogo delle riprese non c’era molta gente, soprattutto giovani in vacanza dalla scuola e appassionati di cinema. Ero sempre intorno alla troupe sia se girava a Ferrara, che lungo il Po in una località a pochi chilometri dalla città che io raggiungevo in bici», racconta lo stesso Vancini nell’intervista rilasciata a Paolo Micalizzi in Florestano Vancini. Fra cinema e televisione.
A Ferrara, come in altre città d’Italia, nacquero successivamente i circoli di cinema: qui c’era un gruppo di ragazzi riuniti attorno a Claudio Varese, professore di lettere cinefilo che, nel ’47, promosse la fondazione del circolo “Ricciolo Canuto”, luogo in cui si riuscivano a vedere i film sovietici, di cui durante il fascismo si sapevano solo i titoli: La corazzata Potëmkin, Lampi sul Messico e Alessandro Nevsky.
L’esordio nel cinema avviene nel ’49 col documentario Amanti senza fortuna dopo un lungo apprendistato nel giornalismo (Il Corriere del Po e La Nuova Scintilla) e come aiuto-regista per Mario Soldati e Valerio Zurlini. Vancini è autore, negli anni ’50, di 36 documentari nei quali indaga molti aspetti della vita del Ferrarese e non, dalle condizioni di vita degli abitanti del Delta alla rotta del Reno del ’49 in Alluvione alle miniere d’asfalto situate tra Pescara e Chieti in Asfalto. Nel ’51, poi, realizza il progetto che riteneva più caro fin da quando partì la sua carriera: Delta padano, cortometraggio documentaristico ritraente la vita dura e povera dei contadini delle zone paludose di Goro, prima della bonifica, prodotto dalla Camera del Lavoro di Ferrara.
“Gli uomini non hanno accettato la malattia della terra come una maledizione” è la frase che ci guida, fra desolazione e speranza, nel viaggio che Vancini fa nel suo documentario più celebre, Delta Padano, ambientato nel Delta fra Goro, Gorino e Scardovari. Attraverso la condizione disagiata di una famiglia viene raccontata quella di un’area che vive in condizioni igieniche tragiche, dove le malattie imperversano: la tubercolosi colpisce uno, spesso due, abitanti su dieci. “Il Grande Fiume”, così è chiamato il Po dalle genti locali, con le sue grandi zone paludose e impervie, faceva ammalare molti bambini e si stima che più di 12 su 100 non arrivassero ai 5 anni. Per non parlare dello scarso livello di istruzione: i dati rivelano che il 40% della popolazione del Basso Ferrarese fosse analfabeta, fatto dovuto alla scarsezza di strumenti per scrivere e studiare e alla lontananza delle scuole per coloro che abitavano nelle lande lagunari, distanti dai centri abitati. La povertà delle persone si può vedere banalmente da una delle situazioni familiari più quotidiane, il risveglio mattutino: una sola camera da letto per più di sei persone, pochi letti, l’assenza di piastrelle, pavimentazione e legna per riscaldarsi sono alcuni elementi che ci fanno capire le misere condizioni di una vita contadina nel bel mezzo del delta del fiume più lungo d’Italia. Negli anni prima della grande bonifica, i piccoli contadini non riuscivano a lavorare nei campi, a causa dei 50.000 ettari di terra non bonificati: si stima che gli agricoltori di quella zona lavorassero un solo giorno su quattro. Il paesaggio che si vede è desolato, la gente che non sa cosa fare, non lavorando, si rilassa e ozia al sole o trascorre il tempo nell’osteria senza fare ordini. Il tema più importante di tutto il documentario è il “sacrificio”: le madri di famiglia molte volte chiedevano credito per comprare da mangiare, mentre gli uomini cercavano di lavorare il maggior tempo possibile. «Può accadere di scoprire che a poca distanza da Ferrara, Ravenna, Rovigo e Venezia si alzano ancora capanne di canna e di paglia come quelle dell’uomo primitivo»: Vancini descrive un Delta che già all’epoca stava scomparendo e che rivisto oggi diventa testimonianza di un passato che non c’è più.
Samuele Fabbri
*studente Cpa
(Centro preformazione attoriale
di Ferrara)
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