La Nuova Ferrara

«Mio papà, ironico e preciso Curava tutto di ogni progetto

«Mio papà, ironico e preciso Curava tutto di ogni progetto

La figlia del noto regista ferrarese ci racconta aneddoti e curiosità sul padre Gloria: amava la storia e leggeva tantissimo, ma non voleva facessi cinema

4 MINUTI DI LETTURA





Raggiunta telefonicamente nella sua casa romana, Gloria Vancini, figlia del regista Florestano, ci ha raccontato il dietro le quinte di un grande autore del cinema italiano, lasciandosi andare a racconti intimi e personali. Non ha perso il rapporto con la sua terra d’origine, l’Emilia, fin da quando, ancora bambina trascorreva le estati nella natìa Parma e a Ferrara, la città del padre, recandosi spesso ai Lidi, vicino a quel Delta caro a papà.

Il 1960 e il 2005 sono date fondamentali nella carriera di Vancini, in quanto rappresentano l’esordio nel cinema e il successivo congedo: qual è stato il rapporto di suo padre con Ferrara e l’ambiente estense?

«Il rapporto con Ferrara è stato molto intenso - risponde Gloria -, sicuramente uno degli amori più grandi ed intensi. Gli ricordava la sua infanzia, i suoi affetti più cari, gli amici e appena aveva un po’ di tempo tornava a Ferrara, fra la sua gente. Pensi che quando ero piccola diceva che, una volta in pensione, saremmo tornati a viverci, ma così non è stato perché il lavoro l’ha portato altrove, a Roma, allora capitale del cinema. A Ferrara papà era felice, contento, si ritemprava, girava in bici, parlava in dialetto con gli amici. Anche qui a Roma, con i colleghi ferraresi trasferitisi nella capitale, continuava a coltivare il dialetto».

Suo padre è stato uno dei pochi registi che si è cimentato in carriera nella narrazione storica, come se lo spiega?

«Il legame viscerale con la storia è stato l’altro amore della sua vita; lui era un regista storico, mi ha sempre detto che se non avesse intrapreso la carriera cinematografica avrebbe fatto lo storico. Tutto ciò che viene rappresentato nei suoi film è estremamente documentato, le immagini e le battute sono il frutto di tante ricerche e letture, basti pensare ai dialoghi di Nino Bixio. A volte papà impiegava da 20 a 20 anni di ricerca: lui già nel ’60 diceva che avrebbe voluto fare Bronte, invece girò prima La lunga notte del ’43, e lo realizzò solo successivamente, continuando per altri dieci anni a dedicarsi ad uno studio minuzioso e dettagliato. Lo ricordo come un topo da biblioteca, girava continuamente, da archivio a archivio, in tutta Italia, leggeva molto, si avvaleva anche di ricercatori ma andava in prima persona a documentarsi. Quando stava preparando la voce di Mario Adorf, il Benito Mussolini de Il delitto Matteotti, mio padre era andato a casa sua per 2-3 mesi: prima in veste di attore mostrava ciò che avrebbe voluto, poi Adorf si metteva di fronte allo specchio e, seguendo le indicazioni, iniziava a costruire il personaggio. A chi gli domandava cosa avesse fatto nella vita rispondeva: “ho letto!”. Credo sia significativo».

Che regista era sul set?

«Era gentile, educato, cortese con tutti, dall’elettricista al macchinista, dai truccatori ai costumisti. Tutti; ha sempre trattato tutti con rispetto. Io ero sempre presente sul set e mi piaceva molto vederlo lavorare, rimanevo estasiata perché riusciva ad infondere uno spirito di collaborazione a tutta la troupe. Era scrupoloso e non delegava niente, dalla luce alle posizioni ai movimenti, seguiva tutto. Era anche energico, sempre pimpante, anche nell’ultimo film quando non era più giovanissimo. Il set si trasformava in una grande famiglia in cui tutti partecipavano, agli attori dedicava molto tempo, li guidava, cercava di ottenere il massimo da loro. Ricordo De Sica ed Enrico Maria Salerno: erano eccezionali, riuscivano a capire immediatamente cosa richiedeva ed è capitato che partissero degli applausi da tutta la troupe».

Un ricordo di suo padre?

«Aveva il terrore che facessi l’attrice e volessi lavorare nel cinema, quindi mi teneva molto lontana dagli addetti ai lavori, anche se ero sempre presente sul set. Diceva “anche troppo uno in famiglia che fa cinema, anche troppo”! Ricordo dovevo fare una piccola comparsa ne La piovra 2 (1986, ndr), nella parte di una segretaria e mi trasformò a tal punto che non potessi essere riconoscibile. All’inizio si arrabbiò con truccatore e costumista perché, in un primo momento, ero ancora troppo identificabile e vi rimediò: era molto ironico mio padre; anche in questo caso lo fu».

Cosa ci ha lasciato?

«Pagine di storia, precise, complete, dalle musiche ai fatti narrati. Era ottimista per il futuro - conclude - e credeva molto nei giovani, per lui erano la speranza, dovevano essere acculturati, rispettati, informati. Ha girato tutta Italia nelle scuole a presentare i suoi film».

Giuseppe Muroni

1, continua

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google