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Le “Passeggiate americane” sono da rivedere

Le “Passeggiate americane” sono da rivedere

Le “Passeggiate americane” di Cristina Zavalloni hanno raccolto uno sparuto gruppo di ascoltatori, l’altra sera al Teatro Comunale Abbado per Ferrara Musica, tanto che sembrava di essere a un...

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Le “Passeggiate americane” di Cristina Zavalloni hanno raccolto uno sparuto gruppo di ascoltatori, l’altra sera al Teatro Comunale Abbado per Ferrara Musica, tanto che sembrava di essere a un concerto dedicato al Lied tedesco, quando la platea si riempie meno della metà e palchi e loggione sono sostanzialmente vuoti. Eppure la Zavalloni è brava, intelligente, ironica ed anche molto conosciuta e apprezzata negli ambienti jazzistici e della musica di confine tra il classico e il moderno.

Ma cosa sono le “Passeggiate americane”? Jazz, musica da camera, canzoni, musical? No, niente di tutto questo e - al contempo - anche tutto questo. Tre compositori italiani (Cristiano Arcelli, Francesco Antonioni e Roberto Andreoni) hanno riscritto, anzi riarrangiato, standard di repertorio del musical e del jazz, pezzi che furono cavalli di battaglia di Count Basie, Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Doris Day, George Gershwin, Billie Holiday negli anni ’40 e ’50 del ’900, con l’aggiunta di brani strumentali di compositori americani contemporanei adattati al trio violino, violoncello pianoforte. Cioé lo swing, e derivati, compressi dentro il più romantico ensemble della musica romantica, il trio. Non è bastata a nostro giudizio l’eccellenza degli esecutori per sortire un risultato eccellente. Dato atto della meticolosità calligrafica delle esecuzioni, non ci ha convinto l’impatto del nuovo con la monumentalità del consolidato. Là dove c’erano grown tematico e aggressività ritmica si è operato per sviscerare atmosfere pacate e rarefatte, asessuate, trasformando tanta celebre musica di consumo (o commerciale, se si preferisce) in musica da camera. Un bel ricamo, ma senza anima propria.

La Zavalloni ha cantato molto bene con la voce impostata di soprano, Emanuele Arciuli ha offerto il suo tocco cristallino di pianista classico, Gabriele Pieranunzi i soffi delicati e gli strappi decisi del suo violino con la caratura del solista d’indole, e Shana Downes il suono caldo e ispirato del suo violoncello. Ben amalgamata l’intesa del combo. Fra le cose più riuscite, l’interpretazione dei sempiterni I got rhythm e I loves you Porgy di Gershwin, la Poinciana di Nat Simon, l’April in Paris di Vernon Duke e la strumentale Death with interruption di Derek Bermel. Applausi calorosi del poco pubblico, uscito comunque soddisfatto. (a.t.)

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