“La lunga notte del ’43” fu l’esordio perfetto
Il film fu subito premiato al Festival del Cinema di Venezia
di GIUSEPPE MURONI
“Potranno mai capire i giovani d’oggi - pensava Florestano Vancini nel lontano 1960 - cosa sia vivere la propria adolescenza avendo intorno come realtà la guerra?”. È il 15 novembre del ’43 quando il 17enne regista ferrarese, mentre stava andando a scuola in bicicletta, vide, davanti al Castello Estense, quelli che Giorgio Bassani definirà gli stracci o fagotti buttati là: erano le 11 vittime innocenti uccise come rappresaglia per l’assassinio del federale Igino Ghisellini. Evento traumatico, immagine che si scolpisce nella memoria del giovane e che mette in crisi le sicurezze acquisite, ne muta gli orizzonti, ne indica la strada: la storia e la narrazione storica saranno due lenti attraverso cui leggere e descrivere la realtà. Il desiderio di raccontare storie, spesso, nasce dal ricordo, dalla propria intimità e dalla sfida che l’individuo sente nel confrontarsi con il mondo che lo circonda; è stato così, in parte, per quella generazione di nuovi talenti che si impose tra il ’58 e il ’64: basti citare Prima della Rivoluzione di Bernardo Bertolucci, Banditi a Orgosolo di Vittorio De Seta, Accattone di Pasolini, Kapò di Gillo Pontecorvo, Salvatore Giuliano di Francesco Rosi, ecc.
In quell’Italia in fermento e in ebollizione, attraversata dal boom economico e da forti tensioni sociali - siamo nel periodo del governo Tambroni, formatosi con l’appoggio determinante dei missini, e del sesto congresso del Movimento sociale italiano a Genova - Vancini si ritaglia uno spazio importante con L’ultima notte del ’43, parla direttamente al ventre degli italiani e lo fa dal palco più prestigioso che un regista esordiente possa sognare: la Mostra del Cinema di Venezia, dove vince il premio “Opera prima”. Il film, acclamato dalla critica, ottiene un buon successo di pubblico, al botteghino incassa oltre 570 milioni di vecchie lire sorprendendo pure i distributori.
La lunga notte del ’43 è una storia ferrarese, di provincia, locale e nazionale allo stesso tempo, impressa nell’immaginario collettivo di chi quella notte l’ha vissuta direttamente e di chi ci è entrato attraverso le parole di Giorgio Bassani. È una notte di cesura, che segna profondamente la storia della città di Ferrara e che, contemporaneamente, delimita il prima e il dopo di una generazione intera che si trovò a scegliere da quale parte stare. Punto di non ritorno e bussola: per quella notte gli italiani ci dovevano e ci dovettero passare. Se, come in uno strano gioco di parole, non scegliere è, di per sé, una scelta, Vancini, come ha affermato in una delle sue interviste, si propone di parlare di quella maggioranza che decise tacitamente di non prender parte attiva agli eventi burrascosi che caratterizzarono l’Italia tra il luglio del ’43 e il ’45.
Ferrara, immersa in un’atmosfera cupa e tetra, tipicamente autunnale, viene ricostruita magistralmente da Carlo Egidi negli studi De Paolis di Roma: tutta la vicenda si dipana tra vie e gli interni della città, in uno scontro interno-esterno tanto reale quanto simbolico-emotivo: è una notte che ferisce, divide, svela amori impossibili e fragilità umane, rancori mai sopiti e sete di potere. È il periodo del Congresso di Verona, del neonato Partito fascista repubblicano: uno squadrista della prima ora, Carlo Aretusi detto “Sciagura” (Gino Cervi), per liberarsi del rivale, il federale Bolognesi, diventa protagonista della scena cittadina. Aretusi, inizialmente messo in disparte dai neo-dirigenti, liberatosi del Bolognesi con la complicità di un sicario, riprende la carica di dirigente provinciale. Dell’omicidio sono accusati gli antifascisti. Calano le squadre fasciste da Verona e Padova per far vendetta. Nella macro-storia si innesta una vicenda umana: il farmacista Pino Barilari (Enrico Maria Salerno), infermo a causa di una malattia venerea, consuma la propria esistenza ad osservare dalla finestra della sua abitazione ciò che accade nel sottostante Corso Roma. La giovane moglie, Anna (Belinda Lee), lo tradisce con Franco Villani (Gabriele Ferzetti), appartenente a una famiglia borghese antifascista. Per volontà di Aretusi vengono fucilate davanti al muretto del Castello undici persone. Barilari, non visto, è testimone dell’eccidio; non solo, è ancora alla finestra quando Anna, tornando a casa di mattina dopo esser stata da Franco, ha l’angosciante visione dei cadaveri di fronte alla sua farmacia, uno dei quali è l’avvocato Villani, padre dell’amante. È la notte del riconoscimento e ognuno si svela per ciò che è: Barilari prende coscienza del tradimento della moglie e non denuncia quanto visto, Anna intuisce le responsabilità di Aretusi e presume che il marito sappia tutto, Franco, raggiunto da Anna decisa a rivelargli la verità, fugge in Svizzera rifiutando di sapere.
Con una ellissi, accompagnata dal motivetto simbolo di un’Italia disimpegnata, Il barattolo di Gianni Meccia, si passa all’estate del ’60: Villani torna a Ferrara con moglie e figlio, di Anna non ha più notizie ma rivede Aretusi a cui finisce per stringere la mano come a un vecchio conoscente.
Vancini per narrare la vicenda parte da un episodio di vita personale e dal racconto di Bassani Una notte del ’43, rielaborato in accordo con l’autore, che partecipò alla stesura del copione. Aggiunge personaggi e cambia completamente il finale. Non si tratta di una ricostruzione storica rigorosa, non ne era l’obiettivo, ma è interessante il giudizio di Dario Zanelli su Il Resto del Carlino del 29/8/’60: “La lunga notte del ’43 condanna anzitutto il fascismo, con severa coscienza dei suoi errori; condanna le violenze e le stragi che esso seminò sul proprio cammino. Ma critica, anche, un certo tipo di antifascismo: quello di coloro che, come Franco, emigravano in Svizzera, di coloro che ancora nel ’43 continuavano a preferire la resistenza passiva all’attività, l’opposizione privata ed inerte all'azione diretta, alla guerra partigiana”.
Questo Vancini lo sapeva bene, ma non si limita a lanciare un messaggio profondo; con tutti i crismi di chi si occupa di cinema impegnato costruisce l’atmosfera di una notte e di un periodo storico e lo si coglie, anche, dalle tante caselle utilizzate per comporre qui e là il mosaico di quella notte: la citazione della canzone Primo amore del ferrarese Oscar Carboni, le voci degli attori di successo Wanda Tettoni e Giuseppe Rinaldi in un programma radiofonico Eiar, la proiezione del film Violette nei capelli di Carlo Ludovico Bragaglia nel vecchio cinema Apollo.
Storia, memoria, trasposizione storico-letteraria, politica: Vancini è autore engagé che fabbrica un contenuto universale. L’esordio del racconto di Bassani, assente nella pellicola, viene recuperato, idealmente, nel finale del film. L’epilogo descrive l’essere italiano, due maschere, tanto stereotipate quanto fedeli al vero, di un popolo complesso; sono maschere antiche, quasi archetipiche, quelle di un Aretusi con una verginità rinnovata e di un Franco che misconosce la propria memoria e che con essa non vuole fare i conti. Ecco che La lunga notte del ’43 possiede gli anticorpi necessari per durare nel tempo, per risultare attuale soprattutto nei momenti di cesura, di trapasso, come il nostro, dove il nuovo ha il volto del vecchio e il trasformismo dà l’effimera sensazione, illusoriamente, di esser cambiati.
2, fine
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