Bollani: "Nella mia vita volevo solo fare il musicista"
Sabato 14 maggio al teatro Abbado con Piano Solo. Niente scalette, si lascia guidare dal pubblico
FERRARA. La voce al telefono parla lingua straniera ma l’addetta alla reception di un hotel svizzero conosce anche l’italiano e dopo qualche minuto, trasferisce la nostra chiamata nella camera in cui alloggia Stefano Bollani.
Il pianista si trova a Basilea ma cambia stanza continuamente, il tour che lo sta impegnando è serratissimo.
Sabato 14 maggio Bollani si esibirà al Teatro Comunale Abbado con il suo . Piano Solo.
Il musicista non ha bisogno di presentazioni, il suo curriculum vanta collaborazioni con artisti del calibro di Gato Barbieri, Pat Metheny, Chick Corea, Michel Portal, Paolo Fresu, Richard Galliano fra gli altri, oltre a quella con il suo mentore e amico Enrico Rava, trombettista di fama internazionale. “Non chiedetegli cosa farà, Stefano Bollani non lo sa finché non appoggia le due dita sui tasti ed inizia a ripercorrere il suo io, la sua memoria, i suoi sentimenti”, si legge nel comunicato stampa. Noi, nonostante gli avvertimenti, ci siamo sbilanciati e per l’intervista, abbiamo scelto di partire proprio da lì.
Che cos’è “Piano Solo”?
«È un concerto che si basa sull’idea di vivere il presente. Io tento di farlo già quando suono insieme ad altri musicisti ma qui, come dice il titolo stesso, sono solo. Non ci sono scalette, non salgo sul palco con un’idea di quello che succederà; dipende dall’incontro con il pubblico. Il mio è un pubblico curioso, che ha voglia di giocare con me; un pubblico che non viene per sentire “quella bella” ma che è pronto a farsi stupire».
Lei ha iniziato a suonare all’età di 6 anni, come?
«Fin da bambino volevo stare su un palco, avrei fatto il presentatore, il cantante o appunto il musicista; in qualche modo dovevo fare qualcosa. Ho manifestato ai miei genitori il desiderio di suonare uno strumento e loro mi hanno assecondato. Perché proprio il pianoforte? Pensavo che se avessi cantato, sarebbe stato un buon strumento di accompagnamento».
Quando ha capito che la musica sarebbe diventata la sua vita?
«Da subito. Non appena l’ho scoperta ho capito che sarebbe stato quello. Non ho mai pensato di fare altro. Non ho mai desiderato di fare l’astronauta o l’ingegnere: volevo solo fare il musicista».
Il Teatro Comunale di Ferrara è stato intitolato al Maestro Abbado. Che eredità ha lasciato secondo lei?
«Davvero? Non lo sapevo, ben fatto! Penso che fosse una persona molto calda, capace di portare colore in un ambiente (la classica, ndr) che solitamente è noto per la sua “freddezza”».
“Blackstar” di Bowie è frutto di tante contaminazioni. Ha apprezzato questa svolta jazz dell’artista inglese?
«Non conoscevo Bowie, l’ho sempre seguito poco e quando è morto mi sono ritrovato ad ascoltare Life on Mars, l’ho anche suonata qualche volta. Blackstar mi piace molto e penso che, come un ragazzino, farò il viaggio a ritroso per scoprire anche il suo passato. In questo ultimo album mi sembra che Bowie sia un po’, passatemi il termine, la ciliegina sulla torta. Si è affidato ai musicisti e ha dato il suo contributo senza imporre le sue volontà dall’alto e questo per una pop star è molto raro».
Ha già nuovi progetti in cantiere?
«I progetti sono tanti e sono tutti nella mia testa. Per il momento – sorride – non dico ancora nulla. Ho un po’ di concerti per l’estate ma sto sempre “fermentando” su più campi. Questa nei teatri è stata un’avventura che mi è piaciuta tanto e che avrà certamente un seguito anche se ancora non so bene in quale forma...».
Un consiglio per chi si avvicina per la prima volta al jazz?
«Ti posso dire gli album che amo, quelli che porto nel cuore ma non penso sia sufficiente consigliare questi per avvicinare al jazz qualcuno che non lo conosce. Prima bisogna imparare a intuire i gusti di una persona e poi puoi traghettarla verso la tua musica.
Lo stesso a pensarci bene accade con i libri. Se per te un libro è straordinario e lo regali a una persona che non è pronta per leggerlo, fai un buco nell’acqua.
Una cosa però la posso dire: non ci sono più scuse oggi per non conoscere questo genere musicale. Youtube e Spotify, per esempio, sono una porta di entrata per tutti. Il jazz è abbastanza emarginato dalla televisione e dai mass media e questo, a mio avviso, significa che dietro a quella parola c’è un mondo interessante che merita di essere scoperto e raccontato».
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