La Carmen chiude la stagione di prosa: spettacolo adrenalinico e imperdibile
“Carmèn? E di che Carmèn vi devo parlare?”. Questo l’inizio del monologo fulminante di Iaia Forte al termine dello spettacolo firmato Enzo Moscato, con la regia di Mario Martone, le musiche di Mario...
“Carmèn? E di che Carmèn vi devo parlare?”. Questo l’inizio del monologo fulminante di Iaia Forte al termine dello spettacolo firmato Enzo Moscato, con la regia di Mario Martone, le musiche di Mario Tronco e Leandro Piccioni ritrascritte dall’opera di Bizet per l’Orchestra di Piazza Vittorio.
È l’ultimo appuntamento della stagione di prosa, in scena con caloroso successo di pubblico l’altra sera nel Teatro Abbado e in replica oggi e domani alle ore 21 e domenica 8 maggio alle 16.
E noi di che Carmen vi dovremmo parlare? Di quella musicale di Bizet, o quella letteraria di Prosper Merimée, quella dell’Orchestra di Piazza Vittorio realizzata in Francia a Lione nel 2013 o quella dello stesso complesso ma assai nuova e diversa, ora inscenata a Napoli con il testo di Moscato tratto da un'idea di Martone?
Il fatto è che il quadrumvirato Moscato-Martone-Tronco-Piccioni le comprende tutte e non certamente a spizzichi e bocconi, ma facendone un ordito di miracolosa omogeneità drammaturgica e musicale. Un esempio? La sinfonia iniziale punta sul tema del torero Escamillo, come in Bizet, ma poi si stravolge e si evolve in uno sviluppo ritmico che pesca nel jazz e nel folk le frasi, i passaggi, i glissati, gli improvvisi; per ritornare infine al tema del torero.
Altro esempio? La celebre Habanera tàratta-tà tàratta-tà che Carmen canta seducendo Don José (qui nomato alla maniera napoletana, Cosè) vien cantata da Iaia Forte seguendo la melodia e la scansione originale, ma come una canzonetta, evitando la voce impostata di mezzosoprano; il testo è in parte quello della versione ritmica italiana di Patrizia Cavalli e in parte quello francese di Meilhac e Halévy.
Allora bisogna parlare di commistione degli stili ma secondo una concezione che supera il patchwork e sposa la koinè, la lingua comune, che comprende e armonizza i diversi linguaggi ai fini di una comunicazione universale condivisa. E sotto il profilo della parlata, il napoletano stretto si innesta senza soluzione di continuità nell’italiano corrente, oppure nei francesismi evocati più dalle onomatopee e dal tono gramelot delle frasi che dal corretto uso della lingua d'oltralpe. E il palcoscenico diventa una pimpante sceneggiata napoletana, con i musicisti che salgono dalla buca in scena, fanno spettacolo, suonano recitano, urlano, dando man forte alla Forte, a Roberto De Francesco (Cosè), Ernesto Mahieux (Lilà Bastià), Giovanni Ludeno (Tenente Zuniga), Giuseppe Gaudino (’O Dancairo) e a tutti gli altri attori e attrici. Cosa si porta a casa di questa Carmèn dei quadrumviri? L’adrenalina nel sangue dello spettatore che ami il teatro-verità, l’ebbrezza della musica popolare, la riflessione su una vicenda che racchiude una “morale” come le favole di un tempo, la contentezza d’esserci stati. Giudizio? Cinque asterischi, spettacolo da non perdere.
Athos Tromboni
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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