Blow up compie cinquant’anni
Il film capolavoro di Antonioni raccontato dalle foto di scena scattate a Londra nel 1966
di Samuele Govoni
Ci sono film che, per quanto affascinanti, risentono degli anni che portano sulle spalle e poi ci sono quelli che non invecchiano mai. Questi ultimi hanno un vantaggio: riescono a parlare a più generazioni con la stessa forza e immediatezza di quando videro la luce per la prima volta.
A questo “range” appartiene Blow up di Michelangelo Antonioni che a cinquant’anni dalla sua uscita resta a tutto tondo un capolavoro del cinema. Michelangelo Antonioni ha saputo raccontare con estrema delicatezza, eleganza, ma allo stesso tempo forza, veemenza e tenacia mondi e contesti diversi. Dal documentario Gente del Po che racconta la vita degli uomini del fiume, alla controcultura americana magistralmente racchiusa in Zabriskie Point, passando per la “trilogia esistenziale” detta anche “trilogia dell’incomunicabilità” composta da L’Avventura, L’Eclisse e La notte, il regista ferrarese ha sempre cercato di entrare in contatto con gli aspetti più interiori dell’animo umano, approfondendone i punti di luce e di ombra, lavorando sulle sfumature. Blow up 1966-2016, si ispira al racconto Le bave del diavolo di Julio Cortázar. Nell’estate del 1964, durante le riprese di Deserto rosso, altro grande film c. he vede protagonista la su musa Monica Vitti, Antonioni legge l’opera dello scrittore argentino; nella sceneggiatura, scritta insieme a Tonino Guerra, ne utilizza solo alcuni frammenti essenziali.
A Londra, un fotografo di moda ( David Hemmings) crede di aver visto (e fotografato) un omicidio. Vorrebbe risolvere il mistero ma non ci riesce. La realtà ha tante facce, tutte diverse, e a volte persino l’evidenza, persino un’immagine immortalata in uno scatto fotografico possono essere messe in discussione e negate. Il film di Antonioni, che parte come un mistery si rivela ben presto una profonda riflessione che indaga quella sottile linea di confine che divide due universi: realtà e fantasia. La scena in cui il fotografo si sofferma a guardare giovani ragazzi che giocano a tennis senza avere né pallina né racchette è senza dubbio una delle sequenze più emblematiche e conosciute della storia del cinema. Ma Blow up non è “solo questo”, è anche contesto sociale e storico-culturale. È vita e cambiamento, è l’immagine di una città, un Paese, un mondo che stava cambiando. Il cineasta, definizione che spesso è considerata riduttiva per un uomo di cultura come fu Antonioni, non voleva vivere questa rivoluzione culturale da lontano. Voleva essere lì, respirarla, studiarla, comprenderla, farla sua e trasmetterla attraverso il suo linguaggio: quello cinematografico.
Il film vinse la Palma d’oro al festival di Cannes nel 1967, ma i premi furono tanti e anche le nomination. Tra questi, non si possono non citare le due nomination agli Oscar come miglior regia e migliore sceneggiatura originale a Michelangelo Antonioni, Tonino Guerra e Edward Bond e la vitoria del Nastro d’argento nel 1968 come regista del miglior film straniero. Forse, lui avrebbe voluto creare anche qualcosa di più specifico dedicato alla swinging London, al movimento musicale e generazionale. Durante un’intervista rilasciata alla Nuova, la nipote Elisabetta Antonioni raccontava che nella prima metà degli anni Sessanta andò a Roma da Michelangelo. «Ricordo che proprio nella camera da letto di Monica Vitti erano accatastati pacchi contenenti centinaia di fotografie che lui stesso aveva realizzato. Non so dove siano finite oggi quelle foto e non so nemmeno se da qualche parte ci sia qualcosa di scritto, un soggetto o una bozza di mio zio. Però - concludeva la Antonioni - mi ricordo proprio la sua voglia di realizzare un film su questo argomento».
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