La Nuova Ferrara

Continua la ricerca del vero volto di Ludovico Ariosto

di MICAELA TORBOLI

Le dispute sui ritratti i o presunti tali del grande poeta L’analisi delle sue caratteristiche: dal naso agli occhi

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di MICAELA TORBOLI

In autunno Ferrara offrirà a Palazzo dei Diamanti una mostra sul . Furioso riguardo la quale le bocche sono cucite, e che ha un sibillino sottotitolo, ovvero “Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”. Domandiamoci subito come fossero questi occhi. Secondo i maggiori biografi del poeta egli aveva l'occhio destro strabico, insomma i suoi erano forse «occhi mal composti» (La Cassaria in versi) come avrebbe detto lui. Su questo presunto strabismo, così come sul naso aquilino da ritenersi effettivo, e la certa calvizie precoce di cui Ariosto lamentava gli effetti nella Satira II e che spesso copriva con una berretta da cui spuntavano i lunghi capelli rimasti, si sono basati quasi tutti gli studiosi al fine di identificare, tra i tanti proposti, il vero ritratto di Ludovico. Eseguito dal vivo. Come se i pittori coevi al poeta fossero stati tutti fedelissimi traspositori delle autentiche fattezze di coloro che ritraevano, emuli di Piero della Francesca e di Mantegna, realisti spietati nel rendere anche i difetti dei volti più illustri, senza mai indulgere a "ritocchini" migliorativi. Ma non molti avevano tanto coraggio. Quando Mantegna ritrasse la giovane Isabella d'Este, nel 1493, il quadro non le piacque per nulla e se ne disfò «perché el pictore ne ha tanto mal facta che non ha alcuna de le nostre simiglie» come scrisse ad una amica. Lei voleva apparire molto più bella di quanto non fosse, e così, eternamente graziosa, la dipinsero tutti gli artisti ai quali chiese di immortalarla, tanto che il ritratto che le fece Tiziano nel 1536, oggi a Vienna, la fa apparire come una paffuta e fresca fanciulla, ma era nata nel 1474. Abbiamo alcune certezze riguardo Ludovico, che è effigiato in due incisioni ed una miniatura appartenenti a diverse edizioni del Furioso uscite vivente il poeta.

La prima, e primizia assoluta in quanto ritratto suo, è del 1530. Lo ritrae di profilo, (addio prove sull'occhio strabico!), con la berretta, ed accompagna l'edizione non autorizzata di Venezia uscita presso Nicolò Zoppino. La si ritiene attendibile anche se tanto stilizzata da essere piuttosto vaga. La seconda incisione-ritratto, presente nel Furioso edito a spese del poeta a Ferrara nel 1532 da Francesco Rosso da Valenza, è senz'altro veritiera immagine di Ludovico. Ha radi capelli, barba e baffi, e un importante naso da rapace. Incisa forse dal Marcolini su possibile (ma non certo) disegno di Tiziano, è ancora di profilo, così come nel ritrattino miniato e colorato nel bas-de-page del frontespizio del volume sontuoso su pergamena, del quale restano quattro copie, che Ariosto fece approntare per i suoi più illustri protettori. Questo è quanto abbiamo di sicuro ed inoppugnabile sul viso di Ariosto, preso lui spirante e vivo. Tornando a Tiziano, fonti certe affermano che raffigurò l'amico suo Ariosto. La National Gallery di Londra (cat. n.1944) possiede un ritratto maschile di formidabile qualità attribuito al maestro cadorino e che reca le iniziali T.V. (Tiziano Vecellio), talora chiamato Uomo in azzurro oppure Uomo con la manica trapuntata, per via del meraviglioso abito celeste che il soggetto indossa e del quale offre la visione della ampia manica di stoffa lucente.

Più spesso, anzi in modo virale e fisso nell'immaginario collettivo da non meno di quattro secoli, l'uomo del quadro è detto Ariosto. Da qualche anno, seguendo una moda critica da molti studiosi non condivisa, la National Gallery ha avuto forse troppa fretta di trasformarlo in un Gerolamo Barbarigo qualunque. Seguendo questo ragionamento: Vasari afferma che a 18 anni (parliamo quindi del 1508 al massimo, essendo Tiziano nato nel 1480 o poco prima) Tiziano dipinse alla maniera di Giorgione un membro non precisato di ca' Barbarigo che indossava «un giubone (sic) di raso inargentato». Certo sarà vero, ma non si tratta di questo uomo ritratto. Ecco un sensato giudizio recente sul caso, di uno dei massimi esperti di pittura del Rinascimento, Mauro Lucco: «Posta questa descrizione» quella, cioè di Vasari, «e che l'inargentato non è, comunque lo si voglia vedere, una varietà di azzurro, è evidente che quel ritratto», cioè il quadro dedicato a Barbarigo dal ragazzino Tiziano «non può identificarsi né con il cosiddetto Ariosto né col bellissimo Ritratto nella collezione del duca di Northumberland (...) se non altro per ragioni cronologiche, che implicano, per entrambi, una data più tarda, almeno per il primo non anteriore al 1511». ( M.L., Tiziano dai succhi di fiori al colore selvaggio, nel catalogo edito da Silvana della mostra Tiziano a cura di Giovanni C.F.Villa, Roma, Scuderie del Quirinale, 2013, pp.41-69, sp.p.49). Insomma Ariosto torna in pista, e davvero, anche se genio precoce, un Tiziano diciottenne difficilmente avrebbe potuto eseguire un ritratto tanto perfetto, ricco di scavo psicologico e maturo.

L'uomo del quadro non è strabico, né ha il naso aquilino. Però il suo sguardo imprime in noi un richiamo subliminale a tutto un mondo culturale ed umano, che non si riesce, né si vuole, e nemmeno si deve, svincolare del tutto da Ariosto, come dimostra anche la più antiscientifica, partigiana, sentimentale ricerca su Internet. Da pochi mesi Marco Paoli, nel suo Lo specchio del Rinascimento. Novità su Tiziano e Dosso che ritraggono Ariosto (Lucca 2015) ha tentato un interessante anche se non sempre condivisibile bilancio degli studi sui ritratti di Ariosto, proponendo anche nuove piste. Oltre ad una selezione (studiarli tutti, nelle diverse tecniche, sarebbe quasi impossibile) dei ritratti ariosteschi più noti ma da depennare a suo parere dal novero delle certezze, Paoli propone tre inedite identificazioni. Le più interessanti sono due ritratti maschili attribuiti a Dosso Dossi, notoriamente amico di Ariosto e più che probabile esecutore di pitture a lui collegate. Uno si trova agli Uffizi (inv.889), l'altro nelle lontane plaghe del Kansas, presso The Wichita Center for the Arts, come deposito della Collezione Samuel H. Kress (K1070). In entrambi i casi i soggetti sono presi di fronte. Occorrerà rimboccarsi le maniche, e, parafrasando il noto film, ricominciare da tre, ovvero questi tre magici Ariosto ancora tutti da studiare.

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