Quello spettro maligno e spietato chiamato genocidio
Ha ragione la scrittrice Antonia Arslan a dire che bisogna fare attenzione quando si usa la parola “genocidio”, spesso utilizzata in modo improprio. Essa non indica solo uno sterminio, ma qualcosa di...
Ha ragione la scrittrice Antonia Arslan a dire che bisogna fare attenzione quando si usa la parola “genocidio”, spesso utilizzata in modo improprio. Essa non indica solo uno sterminio, ma qualcosa di più profondo e peggiore, che colpisce le radici stesse di una popolazione.
Lo comprese prima di tutti Raphael Lemkin, giurista polacco di origine ebraica, che dopo essersi occupato a lungo del genocidio armeno, capì che in quegli anni si aggirava per l'Europa uno spettro maligno che presto o tardi avrebbe portato a danni irreparabili. Nessuno gli volle credere fino a quando, pochi anni dopo, ebbe inizio la persecuzione degli ebrei che coinvolse anche la sua famiglia.
Fu allora che Lemkin, nel 1944, coniò un nuovo termine il cui significato esprimeva a tutti gli effetti la durezza e la brutalità di quanto accaduto: genocidio. Un crimine spesso legato al fanatismo e compiuto da un governo il più delle volte dittatoriale, lo sterminio di una minoranza per motivi etnici, politici o religiosi. L'autrice ricorda, attraverso uno dei suoi "libri galeotti", Tutto scorre… di Vasilij Grossman, uno tra i più spietati, ma anche tra i meno riconosciuti genocidi della storia dell'umanità: l'Holodomor. Tra il 1929 e il 1933, Stalin decise di eliminare, attraverso una carestia indotta, i kulaki, contadini ucraini che si opponevano alla collettivizzazione delle terre. Costantemente asserviti da altri popoli, kulaki, ebrei e armeni sono legati da una fratellanza di dolore e da un destino comune di morte. Solo quando identità nazionale e identità personale riusciranno a convivere armoniosamente, si potrà evitare che, ancora una volta, un popolo muoia guardando la propria terra ormai sterile o lontana.
Emanuel Zanirato
Lea Majoli
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