Cercando le radici di Ariosto Un ferrarese a Reggio Emilia
Viaggio tra le contraddizioni della città che diede i natali al celebre poeta Dal Mauriziano ai centri commerciali per i 500 anni dell’Orlando Furioso
Ludovico Ariosto non era ferrarese, era reggiano. Mercoledì scorso siamo andati alla ricerca delle sue radici. A un primo sguardo il confronto tra ieri e oggi, tra le due città, si è innescato subito. Forse aver rinunciato alle proprie mura ha reso Reggio Emilia più incurante ai cambiamenti, le ha inspessito la pelle, come l’asfalto della pista ciclabile che ne circonda la “cittadella”. Essere ai margini della corte estense, dove il padre di Ariosto comandava le guardie, non le ha dato una connotazione storica, infatti non ci fa caso: chi passa per la strada non ricorda un qualche nome ducale. Le mura ferraresi e la convinzione di essere il cuore di un sistema, invece, ci rendono consapevoli del passato, ma di più, fieri da farci ancora esaltare di fronte al giuramento del palio in piazza Castello. Le tradizioni sono tradizioni. Poi è arrivata la via Emilia e il passato è stato superato dal presente, così gli arazzi e il galateo. Peccato non sia mai passata per Ferrara, dove i silenzi fanno la ruggine e i brusii cortigiani sono rimasti gli stessi. Allora chi era Ludovico Ariosto? Se Ferrara ne rappresenta l’anima poetica, Reggio Emilia ne dimostra la praticità.
Per quanto non sia una gara, i ferraresi stanno facendo di più per celebrare i 500 anni del Furioso, ma sempre con la loro lena: «Tempo fa quel che tu vuoi, questo è il mio passo», è il detto che più ci si addice. Nel parco del Popolo, poco distante da dove nacque Ariosto, s’incontra la sua statua reggiana. Gli è calato sopra un velo di abbandono, insieme al muschio che gli è arrivato ai polpacci, sino alla schiena. Mentre a Ferrara la statua di piazza Ariostea non se la passa male: troneggia e ci squadra dall’alto, se non fosse per i vandali che la notte scrivono sul piedistallo, lasciando cuori alle loro angeliche o bestemmie sul marmo. A proposito di turpiloquio e dichiarazioni d’amore, anche le panchine e gli alberi intorno al Mauriziano di Reggio ne portano traccia. Che abbiano letto l’Orlando e vogliano emulare l’ardore di Medoro? Poca cosa, però, rispetto alla “cortesia” ferrarese che talvolta si esprime dentro parco Massari. Almeno se qui si volesse entrare dove Ariosto liberava la sua immaginazione, sarebbe possibile: è la casa con il tetto più basso degli altri nell’omonima via. Un brandello di Rinascimento in mezzo a vario Novecento. A Reggio non è così, purtroppo, perché il Mauriziano è chiuso. La grande abitazione dove il piccolo Ludovico visse i primi dieci anni dalla sua vita, lontano dal centro. Tuttavia il parco circostante è una meraviglia, con un piccolo fiume, gli asinelli al pascolo e i tunnel nelle siepi da romanzo romantico. L’odore di menta domina e i bambini vengono a fare pet therapy e a imparare negli orti. Un piccolo paradiso estraneo al traffico, dove al poeta piaceva tornare d’estate. Rientrando in città, da un cavalcavia della tangenziale, spicca quello che per i reggiani è il vero “Ariosto”, un maxi centro commerciale. Non c’è da disperare, perché a Ferrara le coop “Il Castello” e “Le Mura” sono sulla bocca di tutti.
Matteo Bianchi
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google