«Il mio Marcello, qualità e difetti»
La compagna di Mastroianni: Fellini diceva che era molto intelligente e sensibile
di Samuele Govoni
Chi parla? Sì, sono io... Va bene, ma facciamo una cosa veloce che c’ho da fare». Sono le parole di Anna Maria Tatò, documentarista e compagna di vita per 22 anni di Marcello Mastroianni. Anche se a primo acchito i suoi modi potrebbero apparire bruschi, la Tatò si rivela una donna estremamente gentile e generosa quanto basta nel ricordare il suo Marcello. Attore e compagno che ha celebrato in maniera ineguagliabile in Mi ricordo, sì, io mi ricordo, film documentario che in una lunga intervista ripercorre la vita dell’artista.
Come e quando nacque l’idea di realizzare il documentario?
«Eravamo a Parigi io e Marcello (Mastroianni, ndr) e avevamo visto un ritratto di Orson Welles realizzato dalla Bbc. In tanti, anche dall’estero, volevano realizzare un ritratto su Marcello poi lui mi disse: “Perché non lo facciamo insieme, io e te?”. Marcello apprezzava il mio modo di lavorare, era un professionista; non me l’avrebbe chiesto solo perché ero la sua compagna. Si fidava di me e sapeva che non avrei fatto le solite domande. Accettai e mi disse: “Bene, allora datti da fare”. Mi misi subito in moto. Chiamai immediatamente Roberto Cicutto della Mikado Film: “Pretendo – dissi - che il ritratto venga girato in pellicola, in 35mm, perché Marcello appartiene a questo cinema”. Cicutto conosceva bene Marcello, lo stimava e in breve tempo si è organizzato tutto».
E cosa successe poi?
«Si trovò il budget e siccome Marcello stava girando il film di Oliveira (Viaggio all’inizio del mondo, 1997) in Portogallo, non potevamo portare al seguito una troupe numerosa. C’eravamo io, Peppino Rotunno (direttore della fotografia, ndr), l’assistente e le musiche furono affidate a Amando Trovajoli. Abbiamo girato tutto in poche settimane, facevamo appena un paio di ciak per scena, c’era poco tempo».
Mastroianni fece in tempo a vedere il materiale?
«Certo, vide tutto e gli piacque molto. Mi chiese solo di non inserire brevi stralci di scene ma sequenze abbastanza lunghe dove si vedesse il lavoro dell’attore. Il titolo poi lo trovò lui: “Mi ricordo, sì, io mi ricordo”. Quello provvisorio era Autoritratto, troppo rigido. Mi ricordo, sì, io mi ricordo, invece, non è un titolo presuntuoso e dà la licenza di dimenticare qualcosa durante il racconto no? Anche dimenticanze importanti. Concede più libertà».
“La notte” di Michelangelo Antonioni. Si disse sempre che Mastroianni non portò con sé un bel ricordo di quell’esperienza...
«Personalmente ho sempre discusso con lui perché per me La notte è un bellissimo film. Lui non criticava tanto il film quanto il personaggio da sé interpretato, sosteneva che un intellettuale in crisi non si comporta in quel modo. Il film però esiste e già solo la scena tra lui e Jeanne Moreau, (nella foto) vale tutto. I miei film preferiti di Antonioni però, su tutti, sono Blow up e Professione reporter».
Quando incontrò Mastroianni per la prima volta?
«Non mi vedevano insieme a Marcello. Ricordo che Fellini mi disse: “Guarda Anna Maria, non sottovalutare Marcello; è molto intelligente sensibile”. Lo avevo incontrato diverse volte, alle Giornate del Cinema, sul set de La grande abbuffata di Ferreri, per il quale ero ufficio stampa, e poi lo rincontrai alla proiezione di Todo Modo di Elio Petri. Anche per questo film svolsi il ruolo di ufficio stampa. Ricordo che alla proiezione la gente rumoreggiava, era molto scomodo e sentii subito un’atmosfera ostile. Io ero amica di Gian Maria (Volonté, ndr) che aveva fatto un ottimo lavoro ma Marcello... in quel film aveva il diavolo dentro. A fine proiezione lo raggiunsi per fargli i complimenti: “È eccezionale quello fai”, gli dissi e lui rispose soltanto: “Sono contento che ti sia piaciuto”, poi se ne andò. Ci incontrammo più tardi in un locale vicino piazza del Popolo, dove andavano tutti gli artisti, gli intellettuali e poi da lì è cominciato tutto».
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