«Mia madre è la persona che ho amato e amo di più»
Elisabetta Sgarbi: questo film nasce da un periodo della sua vita. “Colpa di comunismo” all’Apollo cinepark
FERRARA. «Colpa di comunismo è un passo ulteriore nel mio bisogno di raccontare, seguendole, le trame della vita, dei desideri, dei bisogni. Vite per lo più marginali, ma nei margini, spesso, si nascondono libertà impensate». Elisabetta Sgarbi è emozionata. Dopo la prima proiezione di ieri sera del suo nuovo film Colpa di comunismo al cinema Mexico di Milano, la regista ferrarese “torna a casa” questa sera alle 21 con una proiezione all’Apollo Cinepark. Il film verrà poi replicato domani con la presenza della Sgarbi in sala. Noi l’abbiamo intervistata per scoprire qualcosa in più su questa sua nuova opera che la riguarda molto da vicino.
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Come, quando nasce il film e perché l’urgenza di raccontare questa storia, anzi queste storie?
«Nasce dalla vita. Mia madre Rina Cavallini era più fragile e non mi fidavo a lasciarla sola. Così Ro, che un tempo era il suo regno, di cui lei era sovrana indiscutibile e indiscussa, ha iniziato a popolarsi di ragazze e signore che venivano per lo più dall'est Europa. Ci voleva del tempo prima che lei le accettasse. Ne cadevano molte, non accettate da mia mamma, prima che qualcuna potesse fermarsi per più di una decina di giorni. E io andavo a cercarne, ne incontravo, facevo con loro i colloqui. Poi arrivavano a casa, e per lo più ne uscivano. In questo via vai, facile da raccontarsi, meno da vivere, ho sentito l’esigenza di entrare nel loro mondo, fuori dal luogo dove le incontravo e per i motivi che me le facevano incontrare. Questo film nasce perché io facessi la conoscenza di persone che dovevano entrare nella vita della persona che amavo e amo di più, mia madre».
Perché questo titolo?
«È una frase che pronuncia un giovane rumeno, Alin, figlio della persona che più mia mamma aveva accettato e con cui dialogava e che tuttora lavora a casa mia, con mio papà: Mariana Satmari. La famiglia di Marianna vive sotto l'argine del Po, cura una casa di campagna con orto annesso e fornisce legna ai valligiani del Delta, tra cui Gabriele Levada, protagonista di Per soli uomini; è una famiglia rumena perfettamente integrata, mi pare. Nel film, riprendo un dialogo realmente avvenuto tra Alin e suo padre Joan. Due generazioni a confronto, sul tema del comunismo: Alin è la prima generazione cresciuta dopo il comunismo; Joan è la generazione che dal Comunismo ha avuto un posto di lavoro, una casa; e dopo la morte di Ceausescu ha visto crollare tutto. E Alin, che commenta l’arrivo delle donne dall’Est, dice, cinicamente: “Colpa di comunismo” se questo accade; ma il padre dice anche sotto il Comunismo e sotto Ceausescu c’era una efficienza tale che in una settimana erano riusciti a ricostruire una città distrutta dal terremoto, ora non ci riuscirebbero in anni. Un dialogo fulminante, in cui nelle scarne parole di due rumeni emergono i cataclismi della storia».
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Con questa opera vuole mandare un messaggio particolare?
«No. Ho voluto seguire le vite di tre donne rumene in cerca di lavoro, a seguito del fatto che gli anziani presso cui lavoravano, erano morti. Se si guardano davvero le vite delle persone, se si presta loro attenzione, il messaggio è già lì, manifesto. Non c’è bisogno di aggiungere altro».
Anche da “Colpa di comunismo” emerge la sua urgenza di raccontare storie. Forse è prematuro ma, sta già pensando a un nuovo lavoro?
«Anzitutto, da diversi anni sto lavorando a un film sugli affreschi di Romanino in Valle Camonica, A Breno Bienno Pisogne. Un ciclo di affreschi straordinario, che sta in parte scomparendo. E' un lavoro che mi segue dal 2011. Che interrompo e ricomincio. Ma è una testimonianza importante che voglio portare a termine».
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