Tra cinema e letteratura «Io e Bassani incrociati da un destino comune»
Capolicchio racconta di grandi successi e progetti futuri L’attore: che bello appartenere ai “Finzi-Contini” di De Sica
di SAMUELE GOVONI
«La mia vita e quella di Giorgio Bassani si sono incrociate, forse era destino ma è stato proprio così». Lino Capolicchio, attore, sceneggiatore e regista, occupa un posto importante nel cinema e nel centenario della nascita del celebre scrittore ferrarese perché è colui che da volto a Giorgio, protagonista del romanzo . Il giardino dei Finzi - Contini portato al cinema da Vittorio De Sica.
Il film, girato nel 1970, vinse numerosi e prestigiosi premi tra cui l’Oscar e l’Orso d’Oro a Berlino. «Bassani - racconta Capolicchio - fu mio insegnante di storia del teatro a Roma durante gli anni dell’Accademia d’arte drammatica “Silvio D’Amico”. Noi allievi lo temevamo perché era piuttosto duro ma, fu un grande insegnante». Capolicchio, raggiunto telefonicamente nella sua casa romana, ripercorre quei giorni di gloria, quando De Sica battendogli una mano sulla spalla gli disse: “Guagliù tu tieni talento”.
Quali sono i tre film che porta nel cuore?
«Al di là de Il giardino dei Finzi - Contini di De Sica che quello è un caso a parte, una storia a sé, sono tre i film che mi porto nel cuore. Il primo è Escalation (1968) di Roberto Faenza. Fu il mio primo film e per di più fu un battesimo di fuoco perché interpretavo un ruolo difficile e da protagonista assoluto. Il secondo è Un apprezzato professionista di sicuro avvenire (1972) di Giuseppe De Santis, regista che ho amato moltissimo e con il quale ho avuto il piacere di lavorare grazie a questo lungometraggio. Il terzo è Jazz band (1978), uno sceneggiato televisivo di Pupi Avati ambientato nella Bologna di fine anni ’50».
Venendo ai “Finzi - Contini”, che ricordo ha di Vittorio De Sica?
«Quella con Vittorio De Sica è stata una delle esperienze più straordinario della mia vita perché De Sica era un maestro a pieno titolo e, essendo anche un grande attore, sapeva dare indicazioni precise e puntuali. Sapeva interpretare tutti i ruoli e lo sapeva fare in maniera credibile».
Cosa le è rimasto impresso di quei giorni?
«L’emozione più grande l’ho avuta quando, durante le prese. Dovevo fare un primo piano molto stretto e molto difficile. I miei occhi dovevano trasmettere un insieme di emozioni come delusione, sconcerto, rabbia, tristezza, dolore. De Sica mi disse: “Vai in camerino, preparati e quando sei pronto giriamo la scena”. Quando fui pronto andai sul set, facemmo due ciak. A fine riprese, mentre tornavo verso il camerino, mi sentii picchiettare sulla spalla, era De Sica che mi disse: “Hai talento”. Io - sorride - sono praticamente svenuto».
Attualmente sta lavorando a qualcosa in particolare?
«C’è un progetto che riguarda Ferrara al quale sto lavorando ma, ora come ora, non posso sbilanciarmi. Si tratta di un progetto di regia al quale stiamo lavorando da un po’, c’è un produttore interessato a cui l’idea piace molto; vedremo se riusciremo a concretizzarlo. In più sto lavorando alla mia autobiagrafia. Fino ad ora ho scritto 190 pagine, 70 di getto e le altre un po’ a rilento. Ora il libro è in una fase di stallo. Ho tenuto un diario per cinquant’anni, di episodi, storie e ricordi ce ne sono tanti».
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