Vittoria, primadonna del teatro
La ferrarese Piissimi tra le interpreti più famose sui palcoscenici del XVI secolo
di MICAELA TORBOLI
Alla metà del Cinquecento il teatro si aprì finalmente alle donne, dopo essere stato loro precluso da sempre (a parte i ruoli di mimo simil-circensi in alcuni tipi di rappresentazioni dell'antica Roma e rari casi di avvenimenti speciali), grazie alla Commedia dell'Arte: una rivoluzione resa possibile anche dal progresso sociale di realtà evolute come quelle legate ad alcune corti del nord Italia o alla Repubblica di Venezia. Con "teatro" intendiamo spettacoli di genere vario, dalla pubblica esibizione di opere scritte per qualcosa di simile ad un palcoscenico, alla presenza di attori presso feste, carnevali, nozze, o nelle stanze private delle residenze. Ferrara fu senz'altro all'avanguardia in questo settore culturale, e molti dei più celebri istrioni della seconda metà del Cinquecento ebbero i natali in città o nello stato estense. Erano per lo più comici, come Pier Maria Cecchini detto Frittellino, Alberto Naselli ovvero Zan Ganassa, o il reggiano Giovanni Pellesini in arte Pedrolino: ma la stella più fulgida del panorama artistico "leggero" (e non solo) sarà proprio una donna, una vera diva, Vittoria Piissimi. Nacque a Ferrara in data imprecisata. Sappiamo da un dimenticato intellettuale che la conobbe, Evangelista Ortense, che Vittoria aveva ricevuto dal «prudentissimo genitore» (del quale null'altro è per ora noto) una educazione accurata, e fra i quattordici ed i diciotto anni aveva studiato logica, astrologia e filosofia. Il suo repertorio sarà molto vario, data la grande versatilità di cui era capace. Fu Innamorata, comica e tragica, Servetta, pastorella, cantante deliziosa e strumentista, danzatrice aggraziata. Nulla di meglio che immaginarla grazie alla testimonianza di chi l'ammirò dal vivo, come il geniale Tomaso Garzoni da Bagnacavallo. Nella sua . Piazza universale di tutte le professioni del mondo edita nel 1585 con dedica ad Alfonso II d'Este, Garzoni scrive: «Ma sopra tutto parmi degna d'eccelsi honori quella divina Vittoria che fa metamorfosi di se stessa in scena, quella bella maga d'amore, che alletta i cori di mille amanti con le sue parole, quella dolce Sirena, ch'ammaglia con soavi incanti l'alme de' suoi divoti spettatori: e senza dubbio merita d'esser posta come un compendio dell'arte, havendo i gesti proportionati, i moti armonici, e concordi gli atti maestrevoli, & grati, le parole affabili, e dolci, i sospiri ladri e accorti, i riti saporiti, e soavi, il portamento altiero, & generoso, & in tutta la persona un perfetto decoro qual spetta, e s'appartiene, à una perfetta Comediante». E pensare che l'appassionato Tomaso era uomo di chiesa, canonico lateranense! Il nome di Vittoria si lega alla Compagnia dei Gelosi (ed in seguito anche ad altre compagini), costantemente in tournée in Italia e anche in Francia dal 1571. Secondo alcuni storici avrebbe recitato nel luglio 1573 sull'isoletta ferrarese del Belvedere nella parte di Silvia dell'Aminta del Tasso, ma la questione è complessa ed irrisolta. Comunque è certo che nel 1574 era a Venezia per le rappresentazioni che i Gelosi diedero per la visita di Enrico IV di Francia. Nel 1576 il duca Alfonso II, suo signore feudale, ordinò la presenza di Vittoria a Ferrara per le feste delle duplici nozze tra Leonora Sanvitale e Giulio Thiene appaiati ad Ercole Bevilacqua e Bradamante d'Este. Altre volte il duca s'impose a Vittoria per averla a corte, e restano sue lettere di supplica e di richieste di perdono per non essere stata presente. Viaggiare tanto era anche pericoloso, e pare che Vittoria avesse fatto parte della formazione teatrale rapita dagli Ugonotti quando era stata invitata a recitare a Parigi e Blois. Gli Estensi furono i suoi principali "produttori". Nel repertorio aveva la Cortigiana dell'Aretino e la Pellegrina di Girolamo Bargagli, ma anche pastorali come Fillide attribuita all'attore Bernardino Lombardi. Sposerà Giovanni Pellesini, con un sodalizio anche professionale di successo. Suo cavallo di battaglia era La Cingana (o anche La Zingana o La Zingara) del rodigino Gigio Artemio Giancarli, autore teatrale che ambientò un'altra sua opera, La Capraria, proprio a Ferrara. Il testo dava a Vittoria la possibilità di esibire tutti i suoi talenti in un vorticoso e continuo cambio di registro. Secondo alcuni studiosi americani ed inglesi, in specie Todd P. Olson e Andrew Graham-Dixon, l'immenso Caravaggio -o chi gli richiese questo tema- si sarebbe ispirato alla interpretazione data da Vittoria della Cingana per la sua Zingara ovvero La buona ventura. Le versioni del quadro di Caravaggio sono due: una alla Pinacoteca Capitolina (1594) ed una al Louvre (1597), ed un dibattito serrato continua sulle date di esecuzione dei dipinti e sui possibili committenti. Mentre gli studiosi nostrani restano piuttosto freddi riguardo gli argomenti portati da Olson e Graham-Dixon, specie per motivi di cronologia. Le ultime notizie di Vittoria (come scrive Siro Ferrone, in La Commedia dell'Arte. Attrici e attori italiani in Europa. XVI-XVIII secolo, Torino, 2014) sono del 1595, quando, abbandonata la formazione di Pedrolino, tornava a far parte dei Gelosi con cui si lasciava per poi sempre tornare, e in ottobre avrebbe dovuto esibirsi a Milano. Invece, l'avvolse il silenzio.
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