«Mi piaceva il legame che si creava Con gli ascoltatori si diventava amici»
“The Voice” è lui e solo lui, almeno nell’etere ferrarese. Luciano Sabbatucci è la più bella voce che le radio e le televisioni in terra estense abbiano mai irradiato. La possiamo sentire ancora, in...
“The Voice” è lui e solo lui, almeno nell’etere ferrarese. Luciano Sabbatucci è la più bella voce che le radio e le televisioni in terra estense abbiano mai irradiato. La possiamo sentire ancora, in qualche spot pubblicitario, ma non più alla conduzione di un programma d’intrattenimento o di un radiogiornale.
Luciano, qual è stato il tuo percorso radiofonico?
«Ho cominciato per curiosità, visitando gli studi della Rei. Sono marchigiano, venivo a Ferrara in visita a mia sorella, poi per finire gli studi. Ho fatto un provino e mi hanno preso: studiavo a Bologna, vivevo da mia sorella a Ferrara e ho iniziato a trasmettere assiduamente dal 19º piano del grattacielo. Questo fino al 1985, poi ho fatto il servizio militare...».
Ma hai ripreso.
«La Rei venne acquistata e mi trasferirono a Rete Alfa, iniziai a condurre “Il mattiniere”».
Di quale genere di programma stai parlando?
«Nessun genere specifico, era musica da ascolto. Alla Rei rimane storica la conduzione del “Juke boxe”, con i ragazzini che mandavano una lettera con la scaletta: la sera venivano ospiti in studio, accompagnati dai genitori, e facevano le dediche. Proprio adesso la collega Silvia Giatti mi confessa che, a 15 anni, ha partecipato anche lei...».
Perché la radio?
«Ora che mi viene in mente, ho cominciato a Fabriano, a Radio Stereo Marche: sono sempre stato appassionato di musica e i primi passi li ho fatti là: gli ultimi a Rete Alfa, l’anno scorso, quando hanno pensato bene di chiuderla... (e la voce gli si rompe per la commozione, ndr). È stata una fetta della mia vita che è passata al microfono. Mi manca moltissimo».
Cosa ti affascinava?
«C’era il contatto diretto con il pubblico, diventavi beniamino degli ascoltatori, loro si sentivano protagonisti con le dediche agli amici, alle fidanzate: c’era un legame strettissimo, si diventava amici, la gente si affezionava a te, chiamavano al telefono....».
Cos’altro?
«Eravamo tutti giovani, era un mondo magico e irripetibile: l’ondata naif è quella più bella, poi è diventato un fenomeno commerciale e le piccole realtà sono state fagocitate».
Erano le radio libere...
«Erano le radio locali: la sentenza della Corte costituzionale sanciva quello. Poi sono arrivati i network e le piccole che sopravvivono, vivacchiano. Non hai più il polso della tua città, il rapporto diventa freddo e distaccato: magari fai lo stesso una dedica, ma chiami una radio di Milano...».
Avrai stretto rapporti...
«In genere facevo programmi condotti da solo. Poi, purtroppo, sono rimasto l’unico a crederci: i miei colleghi dj hanno continuato a studiare o a lavorare altrove per guadagnare meglio. Io ho resistito, per me lavorare in radio era puro divertimento, anche se mi ha dato da mangiare e vivere».
Ora ci sono anche le web radio: cosa ne pensi?
«Non ci credo molto, sono qualcosa in più, ma non aggiungono molto a quello che c’era. Sono radio tematiche, che ascolti da computer o da smartphone: ascolti la musica che ti piace, non c’è tanto altro. Non hanno grandi ascolti e anche dal punto di vista economico sono poco redditizie».
Un aneddoto dei tanti anni in radio?
«Beh, le facce quando la gente mi vedeva dal vivo... La mia voce sembrava più adatta a un persona “grossa”, invece sono piccoletto. Non dico che rimanevano delusi, ma sorpresi». (s.a.)
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