«Cara Ferrara non ti riconosco più»
Eleonora nata “con la compagnia” nel corso degli anni ha visto la città cambiare
Gli 85 che festeggia la Straferrara sono una bella età, un bel traguardo. La compagnia ferrarese li porta fiera dopo tanti anni di attività, con una sorta di riverenza nei confronti del vernacolo che non ha mai smesso di servire al suo pubblico. Ma come la lingua sono cambiati i tempi, la città non è più la stessa. «Quasi non la riconosco più, da quando sono arrivata all'età di sedici anni. La prima casa dove ho abitato è stata in via Coperta. Poco lontano, in via Savonarola, ci abitava mia nonna e oggi c’è l’università di Lettere. Nel cortile in cui si festeggiano le lauree, mio figlio e i suoi amici giocavano a pallone». Ci ha accolti Eleonora Pulga, l’ultraottantenne che ci racconta come si è stravolta Ferrara nel giro di un secolo, o quasi. Di fronte a un caffè, nell’aria familiare di una cucina di periferia, è più naturale ritrovare il passato e fare i conti con il presente. «Non ricordo gli anni del Boom - prosegue - perché continuavo a tornare a Vigarano Mainarda, nell’azienda di abbigliamento dove lavoravo a macchina. Ero una sarta da uomo insieme ad altre quindici ragazze. Salivo al binario che portava a Cento. L’azienda era sopra al negozio di Carlo Rambaldi, dove i suoi aggiustavano le biciclette. Si fermava spesso a salutarmi». Il paese, però, l’ha abbandonato in fretta: i genitori di Eleonora avevano un forno, prima di spostarsi in città perché il padre fu assunto come operaio alla Montecatini, poi Montedison e adesso Basell, una minuta rivoluzione industriale. «Invece mia mamma raccoglieva la frutta in via Fabbri, da un tale che chiamavano “Fugaz”. Superato il Betlem, ora ci sono delle villette a schiera. Da lì cominciavano i campi, non c’era la rotonda e nemmeno il Centro Artigiano San Giorgio». Eleonora ha compiuto gli anni in maggio, in “Màg” si direbbe alla vecchia maniera, e vanta una vita movimentata. Ha vissuto Ferrara in lungo e in largo: «Una volta sposata, mi sono trasferita in via Mulinetto, poi in via Darsena, sopra la rotonda che allora non c’era. Le rotonde sono una mania recente. La sponda del Volano era ancora verde e sono rimasta lì per vent’anni. Dove c’è la Scuola di musica - intende l’attuale Wunderkammer - c’era il magazzino di Fuschini che smerciava all'ingrosso la frutta. Dall’altra parte della strada, al posto del Lidl, c’era il frigo di Mazzoni. Erano serviti da un treno che passava vicino alla Gigina ed entrava al Mof. La Gigina stava in un angolo, perché il ponte in ferro era solo una passerella e i camionisti potevano fermarsi a pranzo per fare una pausa».
«Un giorno mio marito decise di disdire l’affitto dell’officina in cui faceva il fabbro e di rendersi autonomo. Lui e il suo socio acquistarono la terra all'incrocio tra via Bologna e via Veneziani, e fecero erigere un capannone. In un secondo momento, per allargarci ed essere più comodi, facemmo costruire anche un ampio appartamento al piano di sopra, dove abbiamo abitato per dieci anni: “casa e bottega”. Alle nostre spalle c’era solo campagna e, al posto del Bricoman, confinavamo con la Stayer. Se si guarda con attenzione - conclude Eleonora - Ferrara era spoglia, ma meno pretenziosa».
Matteo Bianchi
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